Zeffirelli in Oman, Mozart all’Opera

ZEFFIRELLI%20oggidi Paola Pariset

“Rigoletto” di Zeffirelli per l’Omàn

Curvo nella sua sedia a rotelle, fioca ed appena sensibile la voce, ma sempre azzurri come il cielo gli occhi, il novantacinquenne Franco Zeffirelli re della scena teatrale, cinematografica e lirica nel mondo, torna – con l’aiuto soprattutto del figlio adottivo Pippo Corsi Zeffirelli, vice presidente della Fondazione Franco Zeffirelli a Firenze – all’attività in cui ha speso la vita, ancora nient’affatto consumata. Ampiamente avviato infatti è un nuovo “Rigoletto” – diverso da quello inscenato dal Maestro negli anni passati a Genova, a Trieste, a Londra – per l’intimismo e per gli effetti quasi cinematografici (il figlio Pippo traduce gesti e parole del grande regista), testimoniati dagli odierni bozzetti, schizzi e idee, cui negli ultimi tempi egli ha lavorato, con l’aiuto dello staff internazionale che lo attornia. Sì, perchè il lavoro è destinato alla Royal Opera House di Muscat, capitale dell’Omàn – sultanato geograficamente vicino agli Emirati Arabi, ma molto aperto culturalmente all’Europa – che finanzia il progetto presentato il 6 novembre dalla gentile Ministra dell’Alta Educazione, Rawya Saud Al Busaidie. Nella capitale Muscat, del resto, il regista toscano fin dal 2011 ha inaugurato con “Turandot” di Puccini il predetto Teatro, monumentale ed erto sullo sfondo desertico della città. Anche oggi poi il direttore artistico è italiano, Umberto Fanni, come l’aiuto-regista Stefano Trespidi, e lo scenografo Carlo Centolavigna proveniente dall’Arena di Verona, che collabora altresì al progetto, e il costumista Maurizio Millenotti del Teatro dell’Opera di Roma, altra presenza nel team. Ad essi si aggiungono i due coproduttori Teatro d’Opera di Vilnius e Teatro Statale di Zagabria. Ormai si è in vicinanza (da certi punti di vista!) della data inaugurale, il settembre 2020 a Muscat: si sa per certo – laddove è ancora da definire il cast vocale, in gran parte italiano – che il ruolo di Gilda verrà affidato al meraviglioso soprano Rosa Feola, uscita dal perfezionamento ceciliano di Renata Scotto. Le prime repliche si terranno a Verona e a Roma: ma Zeffirelli, nonostante la veneranda età, non ha intenzione di fermarsi qui.

 All’Opera, ancora Mozart con “Le nozze di Figaro

Al Teatro dell’Opera, il penultimo appuntamento inscenato per la stagione in corso è uno dei capolavori mozartiani, scritti su libretto di Lorenzo Da Ponte: “Le nozze di Figaro” del 1786, rappresentato en première a Vienna l’anno successivo. E’ indubbiamente una delle grandi creazioni di Mozart, in cui si fondono caratteri del teatro buffo settecentesco, e aspetti drammatici dell’opera seria preromantica, ma che è anche totalmente pervasa di italianità. La musica, bellissima, era molto ben diretta, per vigore, lucidià, efficienza di dettagli, dal collaudato Stefano Montanari, già direttore del “Il viaggio a Reims” del 2017 al Teatro dell’Opera. Scelto oculatamente il cast vocale, compreso il secondo, con la genovese Benedetta Torre (Susanna), soprano carica – nonostante le situazioni   paradossali – anche di dolce sentimento, ed il baritono-basso rossiniano Simone Del Savio dalle chiare virtù belcantistiche. Soprattutto ha avuto spicco, nel ruolo en travesti dell’ambiguo Cherubino, il giovane soprano Reut Ventorero, non solo per la limpida voce ricca di mobile versatilità, ma per le qualità gestuali ed espressive: diplomata felicemente in “Fabbrica”, Young Artist Program del Teatro dell’Opera, si è fatta notare da tempo e certo avrà un bell’avvenire professionale. L’intricatissima vicenda dell’opera, con i tanti personaggi e sotterfugi e travestimenti, ha dato agio al noto regista britannico Graham Vick di sciorinare una vivacissima e indovinata distribuzione dei ruoli: ma accettando le discutibili scelte dello scenografo e costumista Samal Blak. Costumi di scena in realtà non ce n’erano, sostituiti da magliette, minigonne, jeans (strappatissimi, ma aperti, onestamente, su gambe non villose), e quant’altro riportasse alla nostra amara quotidianità la vicenda settecentesca. Quanto alle scene, l’immenso e statuario pachiderma, fra le cui zampe ad un certo punto si son dovuti muovere come lillipuziani i cantanti, non aveva concettualismo, simbologìa o pretesa allegoria che tenesse, e ne giustificasse in scena la sgradevole presenza.

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