Visti per voi: “Romeo e Giulietta” di Peparini e l’Orchestra di Piazza Vittorio

OrchPiazzaVittorio%20per%20Arie%20d'Opera%20luglio%2019di Paola Pariset

L’Orchestra di Piazza Vittorio… all’Opera

Ormai tutto il mondo conosce il carattere, la cultura, la peculiarissina espressività musicale dell’Orchestra nultietnica di Piazza Vittorio, creata dal casertano Mario Tronco. Il quale per affermare il carattere ‘artistico’ dell’originale Orchestra, è riuscito a proiettarla nel mondo dell’opera lirica, realizzando fuori dai canoni e “secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio”, una personale versione de “Il flauto magico” e del “Don Giovanni” – ossia due celebri opere di Mozart – ed anche di “Carmen” di George Bizet. In questi giorni, la conclusione della rassegna musicale estiva dei Concerti nel Parco, diretti da Teresa Azzaro con sede nella Casa del Jazz, è stata da costei affidata a tale complesso tanto popolare quanto affermato, che pieno successo ottiene presso qualunque pubblico. “OPV all’Opera” era lo spiritoso titolo, perché l’Orchestra di Piazza Vittorio non va all’Opera, ma è l’Opera stessa, seppur con criteri assai diversi, che si sono nuovamente affermati nel concerto, con il mix di brani delle loro originali revisioni. Il collante musicale che li accorpava era nato dall’azione congiunta di Mario Tronco, Leandro Piccioni e Pino Pecorelli, che evocavano le quattro voci soliste con percussioni, batterie, chitarre, basso, tastiere, a scorrimento continuo fra i brani operistici, ora anticipati ora posticipati, in un flusso carico di forte espressività. Alla fine, un omaggio bellissimo di Mario Tronco al pubblico italiano: un’esecuzione del Coro del Nabucco affidata alla voce ‘nera’ di Carlos Paz Duque, carica della infinita mestizia che giace inestirpabile nel fondo dell’anima dei neri.

“Romeo e Giulietta” n.2 di Peparini a Caracalla

E’ una replica del coreografo Giuliano Peparini il balletto “Romeo e Giulietta” in corso a Caracalla, in questo luglio 19: una replica con ritocchi rispetto all’edizione del 2018. Del coreografo romano – già nella compagnia di Roland Petit, poi attivo al Bolshoj, alla Sacala, nel Cirque du Soleil, nello show acquatico, indi nel cinema: e dal 2013 operante soprattutto in TV come talent show della De Filippi in canale cinque – restano nel presente spettacolo la straordinaria abilità di coordinare grandi masse artistiche. Frati, vergini, monache, mercanti, soldati, prostitute, donne e uomini Capuleti e Montecchi, veggenti e fantasmi (tutti ballerini e figuranti), convivevano compresi cinque eccezionali breakers (iniziativa di Peparini). Essi in realtà riempivano ogni spazio vuoto dell’immenso palcoscenico, perfettamente integrati con la drammaturgia della celebre opera shakespeariana – e con effetti sorprendenti di dinamismo e teatralità. Ottenevano infatti, come prevedibile, grande successo di medio pubblico, avvezzo proprio a tale linguaggio mediatico. Trionfava comunque la danza, dovremmo dire neoclassica e contempornea (ma sempre più in direzione ginnico-atletica, come ovunque ormai), ed il Corpo di Ballo del Teatro, fra cui i protagonisti Rebecca Bianchi étoile e Claudio Cocino primo ballerino, in una interprerazione intensa connotata da prese sempre più difficili e ardite, con la ballerina a testa in giù, ed infine nel complicatissimo e stupendo duo fra Romeo disperato e lei inerte e apparentemente morta, secondo severi dettami formali risalenti a Nureiev.  Sono anche rimasti nel presente balletto interventi coreografici personali di Peparini, in realtà estranei al contesto, quale la gabbia di frate Lorenzo (Marco Marangio) e suoi, divincolantisi tutti in preda a pene e castighi corporali e spirituali, che aprivano una tematica della religione cristiana da sviluppare a sé. Altra figura inserita dalla fantasia coreopoietica di Peparini, con lungo ruolo danzato, era la Morte, il cui effetto drammaturgicamente distraente nonostante il palese simbolismo, a ridosso della scena della tomba era accentuato dalla bellezza suadente della ballerina (Marianna Suriano). Perché infatti quest’opera, intrisa di giovinezza e vita nonostante il finale tragico, con la sua accentuata spettacolarità rivela nel coreografo la pratica e le finalità del mondo della TV, sovrabbondante di immagini spesso soverchianti il disegno e la linearità del soggetto trattato.

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