Visti per voi: “Aida” e “La Traviata” a Caracalla

Aida_Caracalla_Judit-Kutasi_ph-Yasuko-Kageyamadi Paola Pariset

Aida torna a Caracalla senza elefanti

Erano otto anni che “Aida” – fortunata e amata opera composta da Giuseppe Verdi creata per volere di Ismail Pascià, in occasione del taglio del Canale di Suez, e rappresentata al Teatro del Cairo nel 1871 – non si era vista alle Terme di Caracalla, per la stagione estiva del Teatro dell’Opera: e se un tempo si portavano gli elefanti in scena per rendere l’Egitto veritiero senza badare a spese, oggi nell’allestimento si è andati nel senso opposto, di un poverismo riduttivo della grandezza politica dell’Egitto faraonico, cui Verdi si era dedicato. Due tronchi di piramide giallastri sul palco, si adattavano a far da scene, insieme con una cornice rettangolare spesso luminosa, per isolare personaggi, ma buona anche ad ammassare le canne fluviali del Nilo. Tutto era curato dal noto regista Denis Krief, al quale si vorrebbe chiedere il perché di una bandiera non propriamente egizia durante la marcia reale, e perchè i trombettieri avevano indosso il moderno frac. Sul balletto, peraltro guidato dal valente Giorgio Mancini, è meglio stendere un velo pietoso. Anche il direttore musicale, lo spagnolo Jordi Bernàcer, ha diretto senza alcun mordente la partitura verdiana. Più che mai perciò risaltavano le debolezze di Radamès (Alfred Kim) nel lungo dialogo con Aida, la brava australiana Vittoria Yeo, mentre Marco Caria interpretava con la debita energia il ruolo di Amonasro. Amneris, la rumena Judit Kutasi, con crescente vigore introspettivo ha portato al culmine la lucida condanna della giustizia egiziana, e la spietata analisi della propria gelosia, che l’ha indotta a gettare Radamès in pasto ai giudici.

 “La Traviata” replica l’edizione del 2018

“La Traviata” quest’anno a Caracalla è la quasi puntuale ripresa dell’edizione 2018, discussa allora e non migliorata oggi, nella scenografia di Alessandro Camera, costumi di Silvia Aymonino, regìa di Lorenzo Mariani. Tutti allineati nella comune trasposizione di una vicenda ottocentesca negli anni ’50 del Novecento, quelli di Marilyn Monroe, del boom economico, del benessere a ogni costo e di una moralità spregiudicata. Il palco era ancora percorso da Lambrette, anche dopo il dolorosissimo addio di Violetta ad Alfredo (entrambi si allontanavano in motorino!!): per fortuna il via vai di paparazzi attorno alla star (Violetta) nel I atto, è stato eliminato – con respiscenza tardiva, rispetto allo scorso anno – nella scena della morte di lei: dove peraltro un pazzesco disordine, a significare forse la miseria in cui era caduta la donna, ha messo in serio pericolo i passi del povero soprano, tenuto a pensare al canto, non a fare equilibrismo. In proposito la bravissima Francesca Dotto, Violetta quest’anno, stupenda nel belcantismo del I atto, nelle emissioni vocali, nel passare dai diafani pianissimo al prorompere della passione nei registri più gravi, ha risollevato le sorti dello spettacolo: in cui il tenore Alessandro Scotto di Luzio non univa al canto la dovuta componente scenica. Ma compariva alla direzione dell’orchestra l’eccellente e musicalmente intelligentissimo Manlio Benzi, dai tanti rifiniti dettagli, anche minori. Ottimo come sempre il Coro guidato dal M;°Gabbiani. Si constastava che il pubblico, dinanzi al luccichìo di questo Novecento, allo sculettamento imposto alla protagonista nel I atto, ai costumi ben scosciati dei balletti di Luciano Cannito, ha mostrato di gradire molto, poco curandosi dell’incongruenza con testo e musica dell’opera verdiana.

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