Tra Carmen e l’Equilibrio

untitleddi Paola Pariset

Cinque Nazioni danzano al Festival Equilibrio 2019

Dopo i due anni dedicati alla danza contemporanea in Germania e Francia, questa volta il presidente di Musica per Roma Aurelio Regina, l’amministratore delegato José Dosal, il direttore artistico di Equilibrio Festival Roger Salas, hanno fatto le cose in grande per l’annuale Festival dedicato alla danza contenporanea, al Parco della Musica. Più di prima? Sì, nel senso che volendo presentare le coreografie dei Paesi nordici d’Europa, ispirandosi la direzione del Festival alla grandiosità del fenomeno celeste delle aurore boreali, verrà data una spettacolarità eccezionale a questo Equilibrio Festival 2019 (10 – 26 febbraio al Parco della Musica), che porta infatti il secondo titolo “Aurore Boreali a Roma”. Non solo godremo la danza di creature umane, ma anche la “danza della luce” – come il fenomeno astrale venne chiamato: dal 10 febbraio un trionfo di colori freddi (ma non solo) salirà dalla cupola della Sala Sinopoli, proiezione in live streaming dell’aurora boreale dalla Lapponia: ciò si avvertirà anche nel “Aurora Borealis Live Concert” di Jacob Kirkegaard in Spazio Ascolto del Parco della Musica, e nella sua installazione sonora “Eldfjali” nello Spazio Sound Corner. Nella Villa Romana dietro il Parco della Musica, poi, l’artistra Mads Vegas immetterà il suo light show “Northern Mistery”, inondando anche il porticato con installazioni luminose. Insomma un Festival nel Festival, grazie alla collaborazione delle Ambasciate di Danimarca, Finlandia, Islanda (sì! la lontanissima Islanda), Norvegia e Svezia, col sostegno del Nordic Council of Ministers e Nordisk Kulturfond. Quanto alla danza e alle coreografie, alcune delle migliori compagnie dei paesi nordici andranno in scena, tutte in Sala Petrassi: in successione “Mats Ek” (Svezia) con la partner di sempre Ana Laguna, “Zero Visibility Corp./Ina Christel Johannessen” (Norvegia), Pontus Lidberg & Danish Dance Theatre” (Svezia/Danimarca), “Alpo Aaltokoski Company” (Finlandia), “Hallgrim Hansegard/Frikar” (Norvegia), “Cullbergbaletten/Jefta van Dinther” (Svezia), ed un concerto del PMCE diretto da Tonino Battista, che il 17 febbraio nel Teatro-Studio Borgna eseguirà “Maa” di Kaija Saariaho. Senza voler anticipare nulla, le coreografie dei paesi nordici avranno a sfondo – come è stato nella letteratura e nell’arte – la grandezza e bellezza della natura, i boschi, i laghi, i fiordi, il gelo e la neve infiniti.

“Carmen” coreografata da Jirí Bubenícek

Un’altra “Carmen” è stata inscenata in questo febbraio al Teatro dell’Opera, questa volta coreografata dal ceco Jirí Bubenícek, personalità già nota nel mondo della danza. Ampie le differenze rispetto alla tradizionale “Carmen” di George Bizet desunta da Prosper Mérimé: vi compare un marito della celebre sigaraia di Siviglia, García (che puntualmente muore, ucciso da Don José), un aitante Tenente che la corteggia (ucciso dal medesimo Don José) – tutto annotato da un muto Scrittore in scena, che incarna Mérimé). Scompare la dolce Micaela, viene mantenuto fra i protagonisti il torero, che però non si chiama Escamillo, ma Lucas: tutto senza che il nocciolo dell’opera venga però mutato, ossia il carattere libero e selvaggio di Carmen, l’amore cieco di Don José, la fine tragica della pièce, in cui muore anche quest’ultimo. Talvolta non si comprendono certi stravolgimenti nei soggetti di un’opera, specie quando l’ossatura drammaturgica rimane la stessa. In questo caso poi anche la musica – quella dell’opera lirica omonima di George Bizet – era “completata” da inserti di altri compositori non solo spagnoli, de Falla (la celebre Danza de Fuoco), Albéniz, Castelnuovo-Tedesco e Gabriele Bonolis curatore delle relaborazioni e orchestrazioni: il giovane direttore americano dell’Orchestra dell’Opera, Louis Lohrased, ha attraversato le diverse realtà musicali – invero assai diverse fra loro – adattandone volumi e colori al contesto con acuta sensibilità. La coreografia specie del Corpo di Ballo, appariva talora di un dinamismo disordinato, non sempre giustificabile con la realtà popolare del soggetto: e ai rischiosi e spettacolari passi a due dei solisti, ai bei costumi di Anna Biagiotti, alle imponenti e severe scene e ammirevoli luci di Gianni Carluccio, spettava di correggere il tiro, oltre che ad un eccellente cavallo da scena, sostituto del toro, impersonato da quattro ballerini, che ha provocato tanti applausi. Nonostante le incoerenze coreografiche, nell’ultimo atto – con lo sparire di vari personaggi – tutto si concentrava sui protagonisti: e grazie all’innegabile intensità interpretativa di Amar Ramasar (Don José), uscito dalla scuola dell’American Ballet, e alla forza ed enorme resistenza (con cambi di stile), che la parte di Carmen richiedeva all’étoile Rebecca Bianchi, a turno con la prima ballerina Susanna Salvi – il clima incupiva precipitando nella tragedia. Una tragedia su un fondale scenico di roccia arida e senza vita, deprivata di colore spagnolesco. Le luci viravano sul rosso sangue, Carmen cadeva accoltellata da Don José e lui stesso moriva per impiccagione. L’atto ha trascinato tutto il pubblico, che ha vigorosamente applaudito.

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