Teatro dell’Opera, le produzioni 2015

fotodi Paola Pariset

La stagione operistica a Roma va avanti ormai da quattro mesi. E’ un anno difficile, in cui l’Istituzione deve nuovamente affermarsi dopo la fuga, per non dire altro del Maestro Riccardo Muti, nominato direttore onorario a vita dell’Orchestra, ma disgustato dalla poco discreta presenza dei Sindacati nella vita dell’Opera. Se in sostituzione della prevista “Aida” inaugurale di Verdi in novembre, saltando a piè pari ogni possibile confronto venne presentata “Rusalka” del ceco Antonin Dvorák, con buoni risultati artistici – possiamo dissentire solo per la scenografia minimalista? – anche il successivo ”Werther” di Massenet ha riscosso consensi per la cura del versante musicale. Poi dovremmo dire che una certa china discendente ha iniziato a profilarsi. Il dittico di balletti vantava un bellissimo ballet russe, “Le chant du rossignol” (1917) di Stravinskij con costumi stupendi del futurista Depero (e poca danza, con quelle armature in legno e ferro), oltre alla deludente e fragorosa messa in scena dei “Carmina Burana” di Orff del coreografo uscente Micha van Hoecke, che ci auguriamo sia l’ultima. A seguire, già la scelta delle altre opere – “Rigoletto” e “Tosca” – è indicativa della volontà di puntare su creazioni stranote e spesso recentemente programmate, di sicuro successo presso il pubblico e tali da consentire notevoli economie, criterio che ahimè è stato anche messo in atto per la prossima estate a Caracalla, che presenta tre sole opere tutte di Puccini, oltre a due balletti. “Rigoletto” inoltre era stato proposto appena in ottobre al Costanzi e la medesima edizione è andata in scena in questo febbraio, con tutte le discutibili soluzioni scenografiche e registiche della prima e con poche differenze, come l’apprezzabile e articolata direzione del siciliano Gaetano d’Espinosa. “Tosca” anche è titolo talmente caro ai romani, che ne vedrebbero tutte le repliche una dopo l’altra, senza stancarsi. Per di più quest’ultima ha avuto il pregio di riprodurre (grazie a Carlo Savi) le scene disegnate da Adolf Hohenstein per la nascita dell’opera pucciniana nel 1900, in prezioso stile liberty. Ma la direzione di Donato Renzetti era talmente ‘sonorizzata’ e priva di nouances persino nell’assolo di Cavaradossi “E lucean le stelle…”, da disamorare gli ascoltatori di quest’opera. Il tenore Massimiliano Pisapia (III cast) era tale nel senso italiano del termine, avendo messo fuori quanta più voce poteva – e ne aveva – certo ritenendo questo il suo fine di cantante lirico. Ma anche l’argentina Virginia Tola (III cast), ben dotata vocalmente come soprano lirico, della voce utilizzava prevalentemente il volume, impoverendo altri e più sensibili passaggi vocali. Insomma, una interpretazione alquanto deludente, relativa però ai cast successivi il primo. E’ tuttora in corso, sempre al Teatro dell’Opera, la produzione “Lucia di Lammermoor” di Gaetano Donizetti.

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