Settembre in ballo. E non solo

Khan%20Akram%20in%20Xenos%20al%20REF%2019%20di Paola Pariset

Il clown di Sciarroni

Settembre è un mese che non sai se rappresenti l’estate o l’autunno: certo gli spettacoli si svestono dell’abito estivo del divertimento, degli eventi senza impegno, delle ore piccole et similia, tornando a più congrue finalità. E’ il caso della danza, che ha aperto la stagione del Teatro Argentina l’8 settembre scorso, con Alessandro Sciarroni, coreografo di successo e Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2019, con attività dall’Europa agli Emirati Arabi. Entro il progetto di coreografia contemporanea di Michele Di Stefano “Grandi Pianure”, Sciarroni al Teatro Argentina ha portato la performance “Augusto”, da lui dedicata al clown un po’ stordito, un po’ vulnerabile, che reagiva alle difficoltà con la risata. Ma di lui il pubblico ha visto solo il lungo girotondo dei 19 ballerini (generato dalle innovazioni di Béjart negli anni ’70), e le previste risate, che anche quando uno di loro ha pianto, hanno riportato col riso l’attesa serenità. Leggero il tono, assente la danza, nessuno spessore di profondità: è il mondo gradito alla giovane società odierna, formata ormai in tale direzione. Nè ci sorprende che sia anche quello di chi ci governa.

 L’ultima volta in scena del grande Akram Khan

Il Roma Europa Festival, presieduto da Monique Veaute con la direzione artistica e generale di Fabrizio Grifasi – ha riaperto i battenti, sino al 24 novembre: ovviamente con un fittissimo programma di spettacoli dal vivo di prosa, danza, musica, kids. Un gradito ritorno è stato il ballerino e coreografo di origine indiana e nazionalità britannica Akram Khan, che tanto ha dato al Festival con la sua cultura intrisa di profondo spiritualismo e senso ascetico tutto indiano, ma che ci ha avvertito ahimè della decisione per cui lo spettacolo di danza “Xenos”, da lui coreografato – in scena al Teatro Argentina dal 18 al 20 settembre – è stato il suo addio alle scene come ballerino. Il titolo in greco –“Straniero” – ci avverte che il tema dedicato ai combattenti indiani colonizzati della Prima Guerra Mondiale, mandati a morire in territorio bellico altrui, è ancora quello etico del male inferto agli innocenti, unito ad   un vivo senso della patria. La coreografia di Akram Khan, con musica di Vincenzo Lamagna, drammaturgia di Ruth Little, luci di Michael Hulls, scenograficamente è tutta giocata su un piano obliquo, coperto di funi (la prigionia, la tortura) e di fango, quello dove gli uomini rotolano morendo, venendo riassorbiti dalla terra. L’energica danza kathak di Akram Khan, congiunta a codici occidentali contemporanei dalla gestualità scoperta e fisica (quelli di Cherkaoui, Sylvie Guillem, Israel Galván col flamenco del quale Akram fece recentemente uno spettacolo stupendo), disegnano – come gli spari e le esplosioni in scena – la parabola vitale dell’inerme soldato: mentre il suo riscatto è lì, nei musicisti, sospesi in aria nella loro melodia celeste. Akram, perché te ne vai così in forma, e ancora giovane? Forse, menore delle migliaia di soldati indiani morti sul fronte europeo in una guerra non loro, ed anche perché “da sempre è l’uomo bianco a scrivere la storia”, egli alla fine vuole togliere all’Occidente un figlio prezioso di quell’India calpestata.

I 250 anni di Ludwig visti da Maurizio Baglini

Il Teatro di Villa Toronia è stato in settembre la sede del “Maurizio Baglini Project 2019” che, per la seconda volta, si è svolto entro la stagione della Roma Tre Orchestra, proponendo cinque giorni di concerti – dal 14 al 19 settembre “1770-2020: 250 anni di Ludwig” – anticipando le celebrazioni beethoveniane del 2020, per il 250° dalla nascita del gigante di Bonn. L’iniziativa ha visto sul palco, oltre all’eccellente concertista internazionale Baglini, la violoncellista Silvia Chiesa (fra i migliori di oggi in Italia), i pianisti Axel Trolese e Carlo Guaitoli, e il valoroso direttore d’orchestra Massimiliano Caldi. E’ stata eseguita l’integrale delle opere per violoncello di Beethoven, indi la Sinfonia n.4, la Nona nella trascrizione pianistica di Liszt (suonata dallo stesso Baglini), ed i Concerti per pianoforte e orchestra n. 3,4,5 dell’artista. La qualità musicale è stata altissima: non solo per le non comuni capacità dei singoli interpreti, ma per il valore aggiunto della rara sintonia fra di loro, che ha indubbiamente potenziato l’introspezione nelle partiture, e il raggiunguimento dei tanti momenti dell’espressività e spiritualità beethoveniana, quelli della contemplazione, della soavità, e soprattutto della irraggiungibile potenza della creatività dell’immortale compositore tedesco.

Nella foto: Akram Khan, “Xenos” in settembre al REF in Roma

Precedente La Semiramide a Pesaro, l'opera buffa al Tempietto Successivo Visti per voi: “Don Giovanni” all’Opera e “L’empio punito” al Torlonia