RomaEuropa Festival: “OCD Love” e “Passione”

Eyal coreografa di ODC Love al REF 16di Paola Pariset

E’ uno spettacolo sconcertante “ODC Love” della coreografa israeliana Sharon Eyal – andato in scena in due serate al Teatro Argentina, nell’ambito del RomaEuropa Festival 2016 – dal quale non ci si deve aspettare bellezza di corpi, bellezza di gesti, ma ostilità di corpi e di gesti, fino ad una devastante compulsività. E lo dice il titolo, che poi si riferisce all’amore. Ma sia chiaro subito: anche se fa male all’anima, lo spettacolo è di livello altissimo, come i dipinti espressionisti dell’Avanguardia tedesca e nordica del Novecento. Sì, perché Sharon Eyal – per 23 anni prima ballerina, poi direttrice artistica e coreografa della israeliana Batsheva Dance Company, attiva internazionalmente e vincitrice di premi di danza prestigiosi, e creatrice – col coeografo noir Gai Behar e il musicista techno Ori Lichtik – della L-E-V Dance Company, usa i suoi ballerini dalla splendida formazione classica in modo totalmente e dolorosamente espressionistico. Gesti appuntiti, uso delle dita come elementi pungenti, uso del corpo nell’irrigidimento cadaverico e come palo sfondante la resistenza di corpi palpitanti, ripetitività compulsive di gestualità innocenti, sono struttura basale – insieme con la complice musica di Ori Lichtic – di una coreografia spietata, amarissima. Qui l’amore non conosce dolcezze, spinge i corpi l’uno contro l’altro perché si divorino a vicenda, come li descriveva l’epicureo Lucrezio nel suo “De rerum natura”. Tutto sotto le gelide luci di Thierry Dreyfus e nell’interpretazione straordinaria e senza concessioni di sorta dei danzatori (Gon Biran, Rebecca Hytting, Mariko Kakizaki, Leo Lenus, Darren Devaney, Keren Lurien Perdes). L’esperienza del male assoluto vissuta dal popolo ebraico nel Novecento nazista, condiziona tuttora il conscio e l’inconscio degli artisti israeliani: e raddoppia, dinanzi alle deformazioni psichiche deviate verso il mostruoso dell’individuo di oggi.

           Sempre al RomaEuropa Festival, a pochi giorni di distanza dalla performance della Eyal, è tornato dopo molti anni Emio Greco, brindisino, la cui vita artistica si è proiettata stabilmente nel Nordeuropa e nel binario linguistico della Mitteleuropa. Dal 2014 Emio Greco è approdato – in stabile binomio artistico col regista e drammaturgo Pieter C. Scholten – alla direzione del Ballet National de Marseille, grande eredità di Roland Petit. Ora entrambi hanno presentato al Teatro Argentina la creazione inedita per Roma “Passione”, che ha debuttato a Marsiglia nel 2015. Riadattamento della “Passione secondo S.Matteo” (1727) di Bach, deprivata dei cori, dei recitativi e delle voci soliste dal compositore Franck Krawczyk – che le ha sostituite col pianoforte e la fisarmonica – la coreografia di Emio ha acquistato una nuova dimensione, che poco ha di religioso. Ma ancor meno possiede della – in qualche modo anch’essa ‘religiosa’ – riflessione filosofica e speculativa sul tema della percezione e del rapporto dell’io col mondo. Così ricordavamo Emio Greco: nel 2004 infatti sempre per RomaEuropa Festival egli aveva presentato un Trittico (“Bianco-Rosso-ExtraDry”), che nei movimenti solistici dello stesso Emio – microscopici ma incessanti in uno spazio vuoto, sino al progressivo ricongiungimento con ‘l’altro’– affrontava la tematica speculativa suddetta. Il termine ‘passione’ nella performance odierna non indicava il patimento e il martirio (di Gesù), se non nel brano sul principio della ‘Contrapposizione’, in cui l’esausto ballerino assumeva davvero l’aspetto del “Cristo Flagellato” di Caravaggio nella Collezione Giustiniani.   La libertà di Krawczyk al pianoforte, dei ballerini che ora bevevano, ora sputavano, ora armeggiavano sugli slip, masticando senza tregua una mela, sembrava apparentarli al non-senso dell’opera artistica di Duchamp e dei Dadaisti: di cui ricorre appunto il centenario della fondazione nel 1916. Ma pare proprio che Emio Greco si sia convertito agli aspetti più esteriori dell’alienazione dell’oggi, senza la consapevolezza teorica di un tempo. Ma tant’è: il pubblico, contento ugualmente, ha applaudito con tutte le forze.

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