“Requiem” di Verdi a S.Cecilia e Anderszewski alla Filarmonica

Oren%20dirige%20Verdi%20Requiem%2019di Paola Pariset

Daniel Oren e il ”Requiem” di Verdi a S.Cecilia

E’ giunto a Roma per dirigere all’Accademia di S.Cecilia il settimo concerto della stagione, dedicato alla memoria di Bruno Cagli, il M° Daniel Oren: ed ha eseguito l’imponente “Messa da Requiem” di Giuseppe Verdi, concepita dopo un lungo travaglio, iniziato dapprima per la morte di Gioacchino Rossini (1868), ma ripreso e ultimato per la scomparsa di Alessandro Manzoni nel 1874, che Verdi stimava moltissimo. Il grandioso organico prevedeva al concerto, accanto all’Orchestra ceciliana, un grande Coro diretto da Piero Monti e i quattro solisti previsti in partitura, il soprano mantovano Eleonora Buratto, il mezzosoprano russo Ekaterina Semenchuk, il tenore sardo Francesco Demuro, il basso wagneriano Ain Anger. Il sensibilissimo direttore d’orchestra ha trovato nella realistica, travolgente, drammaticamente terrena partitura, momenti incredibili di silenzio, quasi di taciuta confessione: i momenti del dubbio verdiano, durante i quali i violini si restringevano a filamenti di suono, a brevi sussulti appena percepibili. Anche le bellissime e preziose voci, che si inserivano armoniosamente e senza urti nell’orchestra, non si lanciavano sino in fondo nei volumi vocali, trattenuti dal rispetto verso un Dio che Verdi non riusciva a riconoscere, ma Oren sì, per la cultura religiosa ebraica in cui è vissuto, e per la sofferenza che da millenni il suo popolo e lui portano sulle spalle. Certo, anche questa volta abbiamo raccolto talune già criticate eco melodrammatiche verdiane, ma questo “Requiem” è diventato altro sotto la bacchetta di Oren: è diventato – nonostante la terribilità del “Dies Irae”, tante volte accostato alla Sistina di Michelangelo – una preghiera, una sospensione del rumore della vita, il silenzio che, dopo il “Libera me” del soprano, il pubblico non aveva il coraggio di rompere. Enorme il successo, del quale il M°Cagli dal suo lontano mondo si sarà certamente compiaciuto.

Anderszewski alla Filarmonica

Il pianista polacco Piotr Anderszewski è tornato a Roma dopo alcuni anni, approdando alla Filarmonica nel Teatro Argentina. Col suo tocco meraviglioso, che mostra la fratellanza con Chopin, egli ha affrontato tre brani dal “Clavicembalo ben temperato” di Bach – i “Preludi e fuga BWV 876, 886, 887” – e la fascinazione subitane da Schumann nei “Sette pezzi per pianoforte in forma di fughetta” del 1853, specie nel secondo (Moderato). Composti nel medesimo anno, ma in ottobre – e furono le ultime creazioni di Schumann, prima del suo sprofondare nella malattia e nella morte nel 1856 – anche i “Canti dell’alba” palesano eco bachiane, ma meno contrappuntisticamente stringenti e aperti invece alla visionarietà e al sogno, più tipicamente schumanniani. La scelta di Anderszewski a questo punto si è diretta verso Beethoven, anzi verso la “Sonata op.110” del 1822, le cui mirabili metamorfosi il pianista ha intriso di sensibilità chopiniana, mirabile certo anch’essa, ma meno strumentale al potente mondo beethoveniano.

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