“Re Ruggero” per l’Accademia di S.Cecilia al Parco della Musica

Re Ruggero 17 S.Cecilia con Pappanodi Paola Pariset

Per valido suggerimento del M° Antonio Pappano, direttore musicale stabile dell’Accademia Nazionale di S.Cecilia, l’inaugurazione della stagione 2017-18 è avvenuta, il 5 ottobre scorso, con un’opera di rara esecuzione, in polacco con sovratitoli in italiano ed in forma di concerto: “Re Ruggero” (1926), del polacco Karol Szymanowski, ispirata alla figura del re normanno Ruggero II d’Altavilla, morto a Palermo nel 1154 (qui in traduzione italiana di Leonardo Masi del testo di Szymanowski-Iwaszkiewicz). Se questo Re di Sicilia, grande sovrano dispotico ma coltissimo, fece di Palermo un centro fiorente come pochi – anticipando la sovranità politica e culturale di Federico II di Svevia – l’opera di teatro musicale in tre atti del compositore Szymanowski (in Polonia secondo solo a Chopin), nonostante la scarsa vicinanza storica al Re normanno, presenta una struttura teatrale e musicale imponente. Essa perciò ben si addice a questo Re, e difatti in forma di concerto ha sofferto alquanto della mancanza della dimensione scenica. Il grande Coro stupendamente preparato da Ciro Visco, e quello delle bellissime Voci Bianche, hanno aperto il I° atto di un’opera musicalmente e straussianamente affascinante, per “il susseguirsi di invenzioni melodiche, armoniche, ritmiche e timbriche” (Leonardo Masi). Esse non ne fanno un’opera canonica – come ha perfettamente compreso lo straordinario direttore dell’Orchestra ceciliana Pappano – ma piuttosto un’opera da teatro simbolista, o meglio un ‘Mysterium in tre atti’ come Szymanowski l’aveva inizialmente intitolata. E qui occorre sintetizzarne la trama, per comprendere il senso dell’opera, che tuttora sfugge agli svariati tentativi della critica. Ruggero (baritono polacco Lukasz Golinski) e la bellissima moglie Rossana (soprano australiano Lauren Fagan) accolgono alla corte regale, in una Sicilia splendida di mosaici e architetture arabo-bizantine, un Pastore (tenore lituano Edgaras Montvidas), che predica un Dio non cristiano, dapprima visto con sospetto dalla folla che ne invoca la condanna a morte, per poi venirne pian piano suggestionata. Anche Rossana ne avverte il carisma, e chiede al Re di convocare questo strano Pastore per parlargli. Nel secondo atto questi – che ha una somiglianza fisica con la figura di Cristo! – giunge con dei musici, incanta i presenti predicando un Dio naturalistico, vivo nella luce, nei fiori, nei flutti, nelle stelle, e – in veste di Dioniso – nei resti di un teatro greco dà inizio alla musica, cui presto si uniscono tutti cantando e danzando in un’estasi pagana, musicalmente resa con una travolgente potenza strumentale e corale. Solo Ruggero, sostenuto dal filosofo arabo Edrisi (tenore austriaco Kurt Azesberger), dall’Arcivescovo (basso parmense Marco Spotti) e dalla Diaconissa (contralto olandese Helena Rasker) non cede alle lusinghe del Pastore: ma ormai anche Rossana ne è presa, lo segue e sparisce. Nel terzo atto Ruggero, gettati i simboli regali, è alla ricerca di lei: e la ritrova, anche col Pastore che si allontana lentamente nel buio, con la sua folla, lasciando il Re nella solitudine. In un lungo  monologo, Ruggero auspica un mondo di calore e amore, mentre la notte si apre alla luce del mattino – accompagnata da nuovi timbri e colori musicali – che Ruggero finalmente saluta come un dono inestimabile. La maggiore brevità dell’atto, la sintesi degli eventi e il gesto finale de Re, sono stati variamente spiegati: un’apertura panteistica al microcosmo terreno, un cedimento ai culti pagani, un intento autobiografico? Certo si tratta di una non felice abbreviazione drammaturgica, che nulla toglie alla bellezza musicale, ma molto all’ambito concettuale: cui concorre il contemporaneo lungo video dei milanesi Masbedo, ai quali era affidata la regìa, piena di barbare immagini mutanti, intrise di cenni inequivocabili alla violenza fisica, oggi ormai accettata come normale. La produzione è in collaborazione col Roma Europa Festival.

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