Caravaggio svelato

caravaggioUn libro ci accompagna per mano alla scoperta della genesi, dei misteri e dei mille riferimenti nascosti nei capolavori del più maledetto tra i giganti dell’arte di tutti i tempi

di Raffaello Mascetti

Caravaggio, e la luce fu. Dei quattro evangelisti dell’arte italiana, con Michelangelo, Leonardo e Raffaello, è certamente suo il Vangelo secondo Giovanni, quello così poco sinottico da rovesciare ogni possibile punto di vista. Apostolo ante litteram della vie maudite, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio è mistero allo stato puro. Per le sue opere così come per la sua vita e morte. Buio totale, sul suo destino come sulle sue tele. Poi, improvviso, il fascio che abbaglia e che illumina attimi fotografati senza bussare, scene prese dalla strada e santificate dalla visionarietà di un genio instabile. Prostitute elevate alla dignità di Vergini madri di Dio, angeli troppo sensuali per chiamare a raccolta alla castità, divinità greche molto poco olimpiche e tanto, troppo terrene. Il genio che fece dire ai colleghi suoi contemporanei “era venuto per distruggere l’arte” dipinge come vive: senza alcun disegno preparatorio. Una vita in fuga, a disseminare di capolavori le tappe del suo viaggio affannoso. Milano, Roma, Napoli, Messina, Malta. A chi lo vuole fermare, blandire, ammansire, Caravaggio non si piega. Rovescia il tavolo e la tavolozza, fatta di tinte forti prese in prestito dalla sua vita di condannato a morte per aver ucciso in duello. A mettere ordine nel caos è un libro edito da Sperling & Kupfer, “Caravaggio segreto”, prezioso volume di Costantino D’Orazio, studioso appassionato che da vent’anni si dedica a raccontare l’utopica Città dell’Arte scegliendo di passare per i suoi vicoli più oscuri, piuttosto che per i viali alberati troppo a lungo battuti.

D’Orazio, quando si pensa a Caravaggio il primo accostamento che viene in mente è quello al concetto di “chiaroscuro”.
Quello di Caravaggio non è un semplice “chiaroscuro”, ma un uso rivoluzionario del buio. Non è la luce che Merisi usa in un modo nuovo, ma è lo spazio enorme che concede all’oscurità a trasformare i suoi capolavori in opere assolutamente incomprensibili. Andate a San Luigi de’ Francesi e osservate la Cappella Contarelli senza l’uso della luce artificiale: vi accorgerete che non si vede quasi nulla dei suoi quadri. Ecco come dovevano presentarsi ai suoi contemporanei. Ma oltre alla luce, direi che Caravaggio è stato un pioniere nell’invenzione di scene “istantanee”, dove le azioni accadono di fronte ai nostri occhi.

Qual è l’opera che più di tutte sintetizza i tratti distintivi dell’arte di Caravaggio?
Direi la “Vocazione di San Matteo”, una vera sfida vinta. Caravaggio riesce a sintetizzare nella rappresentazione di un attimo il dramma interiore di Matteo, incerto se abbandonare la sua professione di esattore e abbracciare l’avventura che gli sta proponendo Cristo. C’è l’istantaneità dell’azione, l’irruzione della luce, la sorpresa e poi quella sottile ambiguità che non manca mai in nessuna sua opera. Ancora oggi gli studiosi non si sono messi d’accordo su chi sia davvero Matteo e se questa scena avvenga in un interno o in un esterno… In realtà, Caravaggio ha creato un piccolo rebus impossibile da risolvere.

Dal suo libro emerge un Caravaggio che nel dipingere ama “giocare” con chi guarderà i suoi capolavori.
Vero. Prendiamo il dipinto che Caravaggio ha realizzato per il soffitto del gabinetto alchemico del Cardinal del Monte al Casino Ludovisi. Qui l’artista avrebbe semplicemente dovuto dipingere i quattro elementi, ma invece di utilizzare iconografie note e consolidate inventa un’immagine assolutamente inedita. Rappresenta Nettuno per l’acqua, Plutone per la terra, Giove per il fuoco e una sfera con pianeti e stelle per l’aria, ma a ben guardare le tre figure hanno i suoi stessi lineamenti. Sono tre autoritratti. Perfettamente scorciati e nudi, con i genitali ben in vista. Un bello scherzo per il Cardinale, che ogni giorno sarebbe entrato nel suo laboratorio osservato dall’alto dal suo pittore nudo!

Caravaggio dipinge una prostituta morta nella sua “Dormizione della Vergine”. E’ il suo quadro più scandaloso.
Caravaggio riesce a raggiungere il cuore dei fedeli grazie a scene estremamente credibili, che diventano subito un mito. E’ questo che l’artista vuole raggiungere con la scelta di collocare il corpo della prostituta Anna, appena ripescata dal Tevere, su quel tavolaccio, al posto della Vergine. Io non credo che gli interessi tanto fare scandalo: lo appassiona invece la verità della storia e della vita, anche quando si tratta di eventi che hanno a che vedere con la Madonna. E’ probabile che quando venne a sapere della rimozione del dipinto anche lui si sia sorpreso: in fondo non ha fatto altro che mostrare una morte reale e cruda, la più povera e misera che possa capitare ad una donna.

Caravaggio non ama la tecnica dell’affresco. Oltre che per questo, in cosa Caravaggio si affranca da Michelangelo?
Michelangelo è un gigante cui non può sfuggire nessuno dei giovani artisti che operano a Roma alla fine del Cinquecento. Nemmeno Caravaggio. Eppure Merisi sceglie di “imitarlo” in un modo molto singolare: cerca i dettagli meno seguiti dai suoi colleghi. Annida riferimenti all’opera di Buonarroti nelle posizioni dei suoi personaggi, in alcuni particolari illuminanti, cercando di portarsi dietro un significato simbolico. La posizione dell’Amore vittorioso, con quella gamba piegata e il piede poggiato a terra, quasi in bilico, serve a mettere ben in vista la provocante bellezza di quel ragazzino che ci sta invitando a stenderci con lui sul letto disfatto. Ma uno sguardo attento rivela che quella posa è la stessa del San Bartolomeo del “Giudizio Universale”. Tra tutti i nudi che Michelangelo ha inventato nel suo capolavoro, Caravaggio ha scelto quello meno riconoscibile…
Al contrario, nella “Vocazione di San Matteo” Merisi estrapola dalla Cappella Sistina un dettaglio oggi famosissimo, ma lo rende quasi irriconoscibile. La mano di Cristo che chiama Matteo è il calco della mano di Adamo nella Creazione che appare sulla volta della Sistina. Ma è rovesciata: per riconoscerla bisogna davvero fare uno sforzo di memoria visiva.

Al Louvre, nella stessa sala dove è conservata la Gioconda c’è anche – molto meno fotografato – un capolavoro di Caravaggio. Perché Merisi non ha mai goduto della popolarità universale di Michelangelo e Leonardo?
Tra i capolavori di Michelangelo, il mondo è essenzialmente attratto dalla Cappella Sistina. Quanto a Leonardo, nessuna delle sue opere sparse nel mondo è nota come la Gioconda. In entrambi in casi, opere che hanno beneficiato di operazioni di comunicazione strepitose, anche non programmate. Mi riferisco al furto della Gioconda del 1911 e al restauro della Cappella Sistina del 1998. Più del lavoro di ricerca degli esperti, più delle mostre, sono stati questi gli eventi che hanno fatto viaggiare le immagini di queste opere in tutto il mondo. Ora i turisti, anche i più ignoranti, vogliono soltanto ammirarle con i propri occhi, dopo averle viste su magliette, spillette, magneti per frigoriferi, pubblicità di ogni tipo e su tutti i social network. A Caravaggio, che gode comunque di una fama incredibile, deve ancora capitare una “fortuna” simile.

Caravaggio non ci ha lasciato praticamente nessuna testimonianza scritta, né si è mai dedicato ad altre forme d’arte che non fossero la pittura. Perché, secondo lei?
Gli unici testi a cui pare abbia contribuito personalmente sono due poemetti satirici con i quali si scaglia contro il collega Giovanni Baglione. In realtà, Caravaggio prova una profonda invidia nei confronti di Baglione per un “Amor sacro e Amor profano”, nel quale pare che l’artista abbia messo Caravaggio nei panni del Diavolo.
Oltre a questo, non è alla parola che Caravaggio affida i suoi messaggi, ma all’immagine, che sa di padroneggiare come nessun altro. Le riflessioni raccolte da Leonardo nei suoi Codici sono un modo per affermare la cultura acquisita con l’impegno, partendo da una formazione dilettantesca. Cerca consenso. Merisi, invece, è un vero misantropo. Non ha una bottega, lavora sempre da solo e non condivide con nessuno i segreti della sua pittura. La scrittura, per lui, è soltanto una perdita di tempo.

La vita e la morte di Caravaggio restano per molti aspetti misteriose e legate ad ipotesi. Se potesse rivolgergli una domanda, quale sarebbe?
Chi ha voluto davvero la tua morte?

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