Per S.Cecilia la Wang, all’Opera “Proserpina”

Proserpina all'Operadi Paola Pariset

La stagione che sta per chiudersi all’Accademia Nazionale di S.Cecilia, ha visto il concerto della cinese Yuja Wang e del direttore francese Lionel Bringuier in un programma che prevedeva le “Danze di Galanta” di Zoltán Kodály e “L’uccello di fuoco” di Igor Stravinskij, in cui la sensibilità per i colori ed il risalto timbrico del direttore d’orchestra Bringuier emergevano in pieno. Ma anche i due famosi Concerti per pianoforte di Ravel, quello in sol e quello per la mano sinistra – quasi contemporanei, en première entrambi nel 1932, il primo a Parigi e l’altro a Vienna – davano modo alla pianista di porre in luce una rara maestria virtuosistica, che non era certo gelido tecnicismo. Più che nella cupa partitura (appesantita però dalla direzione d’orchestra, che in questo caso offuscava l’esecuzione pianistica) del “Concerto per la mano sinistra” – dedicato al pianista Paul Wittgenstein, privato del braccio destro da una ferita di guerra – le qualità luminose di Yuja Wang affioravano nel “Concerto in sol”. Esse erano la freschezza ed il nitore di scale velocissime ed arpeggi, il carattere terso, adamantino del tocco, l’ascendere alla potenza degli accordi e il ridurre i volumi secondo il dettato interno, in un variare dei colori e dei significati, ai quali soltanto obbediva la prodigiosa tecnica della pianista. Si dovrà dunque accettare la femminile vanità della Wang, nel variare delle toilettes, scollate e scosciate quanto la moda oggi pretende che siano.

Intanto il fortunato e ricco di successo “fff Fast Forward Festival” sul teatro musicale contemporaneo, istituito dal Teatro dell’Opera – settore ‘Contemporanea’ diretto da Giorgio Battistelli – insieme con altre istituzioni musicali, si è ormai concluso con la messa in scena nel Teatro Nazionale dell’opera lirica “Proserpina” (in prima italiana) del compositore tedesco residente al Teatro dell’Opera Wolfgang Rihm, su testo di Goethe. La musica, che – nell’unità di tradizione di sinfonismo austrotedesco e di moderna atonalità – trovava momenti sorprendenti, grazie alla direzione dell’Orchestra dell’Opera dell’austriaco Walter Kobéra, negli unisoni con la voce umana e nell’altezza delle sonorità di flauto, ottavino, clarinetto (anche basso) arpa, tuba, si sposava e si congiungeva infine con la suggestione delle scene di Carles Berga e le luci di Patrizio Maggi. Tutto tendeva alla resa gelida e terrorizzante dell’inesorabile destino di una Proserpina che non rinasceva, non tornava sulla terra restituendo ad essa germogli, fiori e dolcissimi frutti, insieme con l’amore e la divina ‘voluptas’ di lucreziana memoria. Nella regìa di Valentina Carrasci, Giove padre le è distante, la madre Cerere la ignora, Plutone la vuole sposa nell’Ade, anzi nel Tartaro che ne è la parte più profonda, dove la luce è inesistente, oscura e nera come la pece, che lo scenografo spalma in ogni angolo dello spazio, in cui Proserpina tenta di sopravvivere. Lontana è da quest’opera, che attinge soprattutto alla cultura artistica tedesca, la Grecia classica e olimpica: essa vive del senso nordico del brutto, del viscido, dell’orrido, della morte che risucchia l’essere umano lentamente, facendogli assaporare l’orrore, senza lasciargli nemmeno la perdita della coscienza, anzi acuendogliene la percezione per l’eternità. Soprano dalla voce necessariamente stridula e feroce era Mojca Erdmann, con l’ottimo Coro del M°Gabbiani. Lo spettacolo era certo di livello molto alto.

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