Nel nome di Lucia

Pratt_Lucia Lammermooredi Paola Pariset

“Lucia di Lammermoor” (1835), capolavoro indiscusso di Gaetano Donizetti, a Roma ultimamente apparso nel 2008 alle Terme di Caracalla, è stato or ora allestito al Teatro dell’Opera con la direzione d’orchestra di Roberto Abbado, nipote di Claudio, la direzione del Coro di Roberto Gabbiani, e l’intero staff di allestimento già voluto dal regista Luca Ronconi, al quale lo spettacolo è stato dedicato. Venuto infatti meno in febbraio il celebre regista, il Teatro dell’Opera ha ritenuto di investire lo staff della responsabilità di riprodurre l’intero allestimento, così come Ronconi lo aveva progettato: Margherita Palli alla scenografia, Gabriele Mayer ai costumi, Gianni Mantovanini alle luci, UgoTessitore alla regìa. L’opera si incentra su Lucia della famiglia degli Asthon, innamorata ricambiata di Edgardo della famiglia rivale dei Ravenswood: il suo terribile fratello Enrico la costringe per opportunità politica alle nozze col nobile Arturo, sottoponendole lettere false di Edgardo. Spinta anche dal direttore spirituale, Lucia suo malgrado firma il contratto, ma al momento delle nozze torna dalla guerra in Scozia Edgardo che – dinanzi alla di lei firma – la accusa di tradimento e la maledice, calpestandone l’anello di fidanzamento. All’inizio del terzo atto, la tragedia: il padre spirituale di Lucia ne annuncia disperato il delitto, la prima notte di nozze: ella ha accoltellato lo sposo, ed entra in scena sanguinante, in preda a delirio. In breve la follìa la porta alla morte, mentre vaneggiando crede di sentire la voce di Edgardo e di vivere le sue nozze con lui, mentre canto e parole appartengono ad un essere che è già fuori dalla nostra terra. Edgardo che all’alba sta per battersi con Enrico, viene avvertito del delitto di Lucia, dell’inganno tesole dal fratello e della morte della giovane col nome di Edgardo sulle lebbra: e si pugnala a sua volta. “Lucia di Lammermoor”, dramma romantico paradigmatico, di grande coerenza drammaturgica e musicale – un intervallo di sesta percorre tutta la partitura, dandole eccezionale unità – non è opera facile per la continua e importante presenza del Coro, per le grandi prove belcantistiche che esige dal soprano nella scena della follìa, per la presenza del raro strumento della glassarmonica, in cui il suono viene emesso da bicchieri colmi d’acqua, su cui scorrono la dita inumidite dello strumentista). Alla difficoltà di reperire chi lo suoni (in questa occasione è stato scritturato il tedesco Sasha Reckert) si unisce quella di riuscire a mantenerlo stabilmente nella corretta intonazione, tanto che Donizetti ne ammise da subito la sostituzione con un flauto. La presenza fra gli strumenti d’orchestra della glassarmonica – reintegrata nella partitura originale di Donizetti nell’edizione del 2006 alla Scala di Milano, diretta anch’essa da Roberto Abbado – è stata la scelta che ha reso straordinaria questa “Lucia di Lammermoor” del Teatro dell’Opera. Nel terzo atto, quando Lucia appare coperta di sangue sussurrando parole senza senso, fin dall’aria “Dolce suono mi colpì di sua voce…” la mirabile glassarmonica col suo indicibile suono che sa di vetro e di luce, il suono delle creature celesti, accompagna tutta la scena della follìa. E lì dove Lucia gorgheggia con sovracuti di cristallo (bravissima l’americana Jessica Pratt), gareggiando nel suo gioco paradisiaco con la glassarmonica, quando ormai fuori dalla materialità terrena crede vedere Edgardo suo sposo e mormora: “Oh me felice! O gioia che si sente… e non si dice!”, l’orchestra la accompagna con una breve frase musicale in maggiore che conclude in minore, un errore armonico voluto, con cui Donizetti ci dà il senso della vaghezza, della sospensione, dell’appartenenza ultraterrena di Lucia. Capolavoro insuperato di tutti i tempi, alla fine dell’opera quasi non ricordiamo di apprezzare la bravura del Coro del M°Gabbiani (“Per te d’immenso giubilo”), la bellezza eterea del duetto dei due innamorati nel primo atto “Verranno a te sull’aure”, l’aria di Edgardo “Tombe degli avi miei” (in cui tuttavia, come altrove, Stefano Secco non ha dato gran prova di sé) e la qualità degli altri cantanti. Tuttavia le squallide scene della Palli, il geometrismo vuoto, l’ostentato poverismo del tutto, anche se simboleggiante la prigionia reale e interiore di Lucia, non corrispondeva assolutamente (senza far torto a Ronconi) a ciò che poteva anche solo immaginare Donizetti, di fatto tranquillamente scavalcato. Ed anche occorre rilevare il poco gradimento della direzione trionfalistica, e dinamica alla Verdi, di Roberto Abbado. Mentre ha fatto piacere a tutti la presenza del Presidente Mattarella e di tante persone della cultura e dell’arte alla serata inaugurale.

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