“Lulu”, Alban Berg all’Opera

Lulu all'Opera 17_Disella Larusdottir (Lulu), Martin Gantner (Dott. Schon) 17di Paola Pariset

E’ già stata presentata su questa testata la “Lulu” (1925-35) dell’austriaco Alban Berg, inscenata dal 19 al 30 maggio al Teatro dell’Opera. Ma essa merita una recensione, anche se a posteriori. Drammaticissima, l’opera in tre atti poco ha a che fare col cabaret tedesco d’inizio secolo, se non per l’ottica sarcastica e la figura mimica in bilico sul pianoforte (sul palcoscenico), scomposta e quasi oscena, che dall’inizio alla fine è stata una sorta di controfigura di Lulu (il 30 maggio impersonata dal soprano islandese Disella Lárusdóttir, dalla voce stridula, ostica e urlata, per il ruolo). Di Lulu, nel quadro della poliedrica e amorale società rappresentata da Berg, il testo mette in impietosa evidenza il cinismo: alla fine del secondo atto, dinanzi ad Alwa sdraiato su un divano e innamorato alla follia di lei (che gli aveva da poco ucciso a revolverate il padre), Lulu stessa gli dice: “Questo è ancora il divano…. sul quale tuo padre…. è morto dissanguato?”. E prima ancora, incarcerata e smagrita dal colera, la donna fatale osa dire della generosa contessa Gerschwitz (Jennifer Larmore), pronta a prendere il suo posto in prigione per lasciarla fuggire: “Adesso quel povero mostro andrà in carcere al posto mio!”. Su tutto – sulla musica dissonante dodecafonica, dispensatrice di distorti e asperrimi ritorni melodici, ed anche sulla sapiente e lucida direzione d’orchestra dell’argentino Alejo Pérez – si imponeva la parlante regìa e co-scenografia del sudafricano William Kentridge (anche pittore, che ha da poco decorato i muraglioni del Tevere con “Triumphs and Laments”). Nero colante d’inchiostro, pagine sul fondale scenico convulsamente e ossessivamente succedentesi, alternando alla brutalità della cronaca il grottesco nudo deformato di Lulu. Pittura e cinematografia tedesche espressionist sono state giustamente tirate in ballo. L’orgia berghiana di orrori e stravolgimenti sociali si chiudeva nell’urlo disumano, bestiale, di Lulu sventrata da Jack lo Squartatore, che originava l’altrettanto terrificante tuono dell’orchestra, disegnata da Friedrich Cerha nel 1979 sugli schemi del III atto incompiuto di Alban Berg, ed oggi da tutti accettata, anche dal Teatro dell’Opera, che della “Lulu” del 1968 aveva rappresentato solo i primi due atti originali. Si è dunque trattato di una grande coproduzione col Metropolitan di New York, con la English National Opera e con l’Opera di Amsterdam, che non pochi (persino molti giovani) sono tornati all’Opera a rivedere e riascoltare.

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