“L’Angelo di Fuoco” di Prokofiev all’Opera

Opera%20Angelo%20di%20fuoco%202%20_Goran%20Juric%20(L'inquisitore)_19_di Paola Pariset

La creazione dell’opera lirica “L’Angelo di fuoco” (1923) e le traversie del suo allestimento nei teatri europei e americani, sono forse il centro dell’attività artistica e della volontà creativa del grande compositore russo Sergej Prokofiev, ancorchè non suffragate da pubblico successo: anzi l’opera fu rappresentata solo dopo la morte del suo autore nel 1954 a Parigi (ma in forma di concerto), poi finalmente allestita a Venezia nel 1955 con regìa di Strehler, indi alla Scala, e nel 1966 a Roma (l’Italia ebbe un bel ruolo nel rilancio di questo capolavoro). Oggi il Teatro dell’Opera della capitale ha preso l’iniziativa di inscenarlo, nonostante le stranote difficoltà dell’allestimento in cinque atti e sette quadri, i tanti personaggi, la complessità e la tormentante ambiguità della drammaturgia. Questo lavoro terribile, agghiacciante, ma che in sè contiene i tratti dell’intero Novecento musicale, è in corso fino al 1°giugno: e forse, oltre i pregi intrinseci, il segreto del suo odierrno successo (compresa la smagliante direzione di Alejo Pérez, del Teatro Reale di Madrid, di una musica irta di urti timbrici e povera di melodìa), sta nella regìa e nel cast della palermitana Emma Dante. Ella ha saputo dar corpo all’incorporeo e realtà scenica all’irreale, in una storia (il libretto è di Prokofiev e parte dal romanzo di V. Brjusov) di possessioni, di allucinazioni, di esorcismi contro esseri demoniaci, in contemporanea con passioni e realtà del tutto terrene. E’ tale infatti la personalità di Renata (soprano Ewa Vesin dalla straordinraria resistenza vocale), alterna, instabile, che ama e poi odia, ma che si proclama innocente, dinanzi alla finale condanna al rogo per aver copulato col demonio, come tante infelici ritenute streghe del Seicento. Ma Madiel, l’Angelo di fuoco che Renata vede e crede divino, e che poi vuole amare, si rivela a tratti creatura demoniaca (Emma Dante ha scelto lo straordinario contorsionista Alis Bianca, spesso a testa in giù, perché rappresenta la realtà rovesciata, il Male al posto del Bene). Entro la storia, nella Germania del XVI secolo, di Renata e del soldato Ruprecht (baritono Leigh Melrose) – il quale vuole strapparla alle sue visioni e poi se ne innamora – improvvisamente entrano lo scienziato occultista Agrippa di Nettesheim (tenore Sergey Radchenko), Mefistotele (tenore Maxim Paster) e Faust (basso Andrii Ganchuk), con risvolti comico-grotteschi, come il duetto senza musica degli sciancati, uno dei siparietti ideati dalla Dante per i cambi di scena. Già la locanda dove era finito Ruprecht era una spaventevole catacomba con stretti e soffocanti loculi; ma non era da meno il convento ospitante Renata alla fine, in cui le monache – mentre l’Inquisitore (basso profondo Goran Iurić) accusava la donna – precipitavano nella stessa ossessione dell’accusata. La musica di Prokofiev raggiungeva a questo punto l’apice dello stridore e del parossismo fonico, rotto di colpo con la morte (scenicamente solo allusa) della vittima e del demonio nelle vesti di Madiel. Scene di C.Maringola, costumi di Vanessa Sannino, luci di C.Zucaro, movimenti coreografici di Manuela Lo Sicco: vari erano poi i cantanti di “Fabbrica”, progetto didattico del Teatro dell’Opera. Eletto e straordinario spettacolo, pieno di riferimenti all’oggi e dell’orrore del ribaltamento dei valori nella società attuale.

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