DI tutto un po': La vedova allegra e la scala santa

Vedova%20allegra%20IOpera_Pulo%20Szot%20(Danilo)%20e%20le%20grisettedi Paola Pariset

 La “Vedova allegra” all’Opera    

Sabato 20 aprile, vigilia di Pasqua, si sono concluse le repliche della “Vedova allegra” di Franz Lehár al Teatro dell’Opera, in un allestimento in coproduzione con la Fenice di Venezia: ed è stato uno spettacolo, gradevole, gentile, come nella tradizione dell’operetta viennese, nonostante qualche preconcetto. Il quale riguardava la regìa, affidata a Damiano Michieletto, che invece in barba a esperienze pregresse non gradite a certa critica, e nonostante il gratuito trasferimento delle vicende dell’opera ai nostri anni ’50, ha rispettato, come detto, l’aspetto raffinato della tradizione musicale asburgica. Gratuito altresì il personaggio sempre in scena con in mano il ventaglio di Valencienne, indubbio simbolo della leggerezza dei rapporti amorosi in quest’operetta: ma quello di cui più si è avvertita la mancanza è stata l’ambientazione prevista dal testo di Léon-Stein nella brillante Parigi fin de siècle, cui comunque lo splendore dei costumi di Carla Teti ha posto riparo. Ammirevole la direzione d’orchestra del tedesco Constantin Trinks, ingentilita e soave nelle bellissime melodie di Lehár, e pienamente apprezzabili le voci in parti certo non facili, specie quella poderosa e virile del conte Danilowitsch (il brasiliano Paulo Szot). Da sottolineare la frizzante scena delle grisettes, e di tutta l’operetta, che ci ha restituito l’allegria, nei tempi agri e ingrati che stiamo vivendo.

Restaurata e percorribile la Scala Santa

Per la ricorrenza della Pasqua, il Governatorato della Città del Vaticano ha aperto al pubblico – dopo un restauro di anni – la Scala Santa, ubicata nel Sancta Sanctorum presso la basilica di S.Giovanni in Laterano: lo stesso giorno, 11 aprile, i pellegrini hanno ripreso in gran numero a salire ginocchioni sulla scalinata sacra, che fu del Pretorio di Gerusalemme. Il marmo proconnesio della Scala Santa è bianco, venato di grigio chiaro, ed è un’onda che emana una luce di paradiso: ma Gesù di Nazaret, salendovi per l’interrogatorio di Pilato, nel Palazzo del Pretorio a Gerusalemme, sapeva che andava incontro alla morte. Trecento anni dopo, Elena madre dell’imperatore Costantino, in visita in Oriente sulle vestigia di Cristo – fece trasportare a Roma la scala del Pretorio, sull’undicesimo scalino della quale Gesù, già flagellato, era caduto sanguinando. Elena aveva anche prelevato il titulus della Croce con su scrutto I.N.RI, oggi nella chiesa di S.Croce in Gerusalemme, e la corona di spine, oggi a Notre Dame a Parigi, salvatasi miracolosamente dalle recenti fiamme. La Scala Santa, una delle vestigia della presenza corporea di Cristo più impressionanti, come lo è la Sindone, a fine Cinquecento fu inclusa da papa Sisto V insieme col Patriarchio in un edificio apposito (accanto a S.Giovanni in Laterano), affrescato da pittori manieristi guidati da Cesae Nebbia, e oggi affidato ai Padri Passionisti. Nel 1723, per intervento di papa Innocenzo XIII, sui singoli gradini fu posta una protezione in legno di noce, affinchè il percorso in ginocchio dei pellegrini non li danneggiasse ulteriormente. L’11 aprile scorso, il restauro della Scala Santa e degli edifici limitrofi – attuato d’intesa con i Musei Pontifici – è stato aperto al pubblico, compresa l’asportazione delle coperture lignee settecentesche, ma per soli tre mesi fino al 9 giugno, Pentecoste. Dopo la benedizione del cardinal De Donatis, è subito iniziata l’ascesa (solo in ginocchio) della Scala Santa. Immensa la commozione delle genti e degli addetti ai lavori, perchè sul luminoso marmo dei gradini – incurvati al centro per il peso secolare del cammino ginocchioni dei romèi – si erano posati i piedi del trentenne Gesù. Su quelle orme continuano senza sosta a trascinarsi le ginocchia dei cristiani, né mai contatto col figlio di Dio fu più diretto di questo.

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