La Semiramide a Pesaro, l’opera buffa al Tempietto

ROF 19 Semiramide e il Corodi Paola Pariset

Semiramide in frac

L’11 agosto si è inaugurato il 40° Rossini Opera Festival a Pesaro. Dedicato al soprano Monserrat Caballé, ed a Bruno Cagli già soprintendente dell’Accademia di S.Cecilia e a lungo attivo nella Fondazione Rossini per l’edizione critica delle opere del pesarese, è un Festival internazionale di gran peso, non solo per gli spettacolari appuntamenti di lirica, ma per il pluridecennale laboratorio di formazione di voci rossiniane che esso coltiva, con cantanti provenienti da tutto il mondo. Ed oggi ne abbiamo avuta l’ennesima riprova. “Semiramide” infatti, ultima opera seria composta da Rossini in Italia prima del trasferimento a Parigi, precisamente per la Fenice di Venezia nel 1823, è unanimemente considerata il capolavoro del belcantismo rossiniano. E le voci trascelte erano quella mezzosopranile e potentissima di Salome Jicia nel ruolo di Semiramide, quella contraltile anch’essa bellissima dell’armena Varduhi Abrahamyan nella parte en travesti del guerriero Arsace: si arrivava poi al bravissimo, spettacolare tenore belcantista Nahuel Di Pierro in qualità del principe assiro Assur, e al tenore rossiniano Antonino Siragusa nel ruolo di Idreno re dell’Indo; la sensibile principessa Azema era il mezzosoprano – vincitore del Concorso Aslico – Martiniana Antonie, il sacerdote capo dei Magi era il basso Carlo Cigni, Mitrane capitano delle Guardie Reali aveva la voce del tenore romano Alessandro Luciano, e l’ombra di Nino era impersonata dal basso russo Sergey Artamonov: tutti i cantanti erano comunque dotati di enorme resistenza, poiché l’opera è durata circa quattro ore. Diretta musicalmente benissimo per sensibilità e caratura dei toni da Michele Mariotti, figlio dell’ideatore e primo soprintendente del ROF Gianfranco Mariotti, la storia della regina Semiramide assassina del marito Nino, condannata dai sacerdoti di Belo, infine uccisa irresponsabilmente dal proprio figlio Arsace-Nino, affidata alla sfaccettata e bellissima musica di Rossini, ha trovato palese ostacolo nella regìa di Graham Vick – Stuart Nunn. Fin troppo evidente l’urto fra i costumi arcaici di sapore sumero e la fascinazione interpretativa dei sacerdoti di Belo, e i frac femminili di Semiramide e di Arsace: a ciò si aggiungevano ahimè le altre innumerevoli fogge moderne del Coro (del Teatro Ventidio Basso, diretto da G.Farina), le multiformi maschere spesso indossate, le spennellate di sangue in volto – ne fu aspersa anche la mano sinistra del direttore d’orchestra – gli oggetti a vario titolo recati in mano, con insopportabile preteso simbolismo. Tutto ciò deviava, invece che orientare alla comprensione del testo, e perfino della musica: e questo sciame di creature dai moti meccanici e similari, caricava gli accadimenti del dramma di un ostico automatismo, assurdo ed imperdonabile per una creazione musicale di Rossini. Ci sono tornati alla mente i suggerimenti di Placido Domingo, recentemente all’Opera di Roma a Caracalla, rivolti alle regìe e scenografie basate magari su un solo tavolo in scena (adattabile a qualunque opera!), affinchè gli artisti incaricati si attengano ad un diverso rispetto della storia.

I Concerti del Tempietto

Diretti fin dall’inizio dal M°Angelo Filippo Jannoni Sebastianini, anche finissimo attore, la rassegna “I Concerti del Tempietto” assicura a Roma per tutta l’estate buoni concerti di classica: ma anche di altro, sotto le arcate dell’augustèo Teatro di Marcello. Questa volta vogliamo citare una rara drammatizzazione de “La serva padrona”, succosa operina buffa, che ebbe gran peso nella storia della musica, del marchigiano Giovanni Basttista Pergolesi, morto a 26 anni nel 1736. Fu concepita come intermezzo comico in due brevi atti nel 1733, e fu data al S.Bartolomeo a Napoli, poi a Parigi, a Londra e nei teatri del mondo. La partitura segue il testo di Gennaro Antonio Federico: il nobile Uberto (basso Alessandro Calamai) ha due servitori, Serpina (soprano Dominika Zanara) e Vespone (ruolo muto), in concerto con Franco Moro al pianoforte. Per frenare la petulanza della ragazza, il padrone le fa credere di voler prender moglie. Serpina si offre, ma Uberto rifiuta di sposare una serva, pur essendone innamorato. L’intraprendente giovane – fra imbrogli e diavolerie – fa camuffare Vespone da soldato, dichiarando di volerlo sposare: questi chiede al nobile 4000 scudi di dote e Uberto, pur di non pagare, accetta di sposare Serpina, che conclude dicendo “… e di serva divenni io già padrona”. Una comicità garbata e fresca percorreva tutta l’esecuzione, in cui il ruolo di Vespone era felicemente incarnato dallo stesso M°Jannoni.    E non possiamo non ricordare la presenza immancabile, nel concerto di Ferragosto, del pianista nipponico Hiroshi Takasu. Formatosi in Giappone, perfezionatosi a S.Cecilia a Roma, concertista, è stato docente fino al 2016 nell’Università della Musica “Showa”, nel suo paese. Nel concerto, ha eseguito in originale brani di Bach, Scarlatti, Schumann, Grieg e Liszt: indi pezzi in arrangiamento personale, acuendone il grato aspetto melodico, fino alla soave ”Ave Maria” del grande belga César Franck.

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