La recensione: Roberto Bolle ancora a Caracalla

Bolle%2019di Paola Pariset

E’ dal 2011 che lo scaligero, mito universale della danza, Roberto Bolle, calca l’amplissimo palcoscenico delle Terme di Caracalla, sede estiva della stagione del Teatro dell’Opera. Egli dice che la magnificenza archeologica delle antiche Terme gli piace, lo ammalia: ma forse, dato il suo temperamento dolce, umano, antidivistico, “innocente” come lo definisce (in modo perfetto) Leonetta Bentivoglio, Roberto sente piuttosto e accoglie con piacere familiare il consenso del pubblico romano: tanto che questa volta, a luci ormai spente – gli artisti tutti in camerino – egli è uscito di nuovo in palcoscenico, cedendo alle chiamate di voci, in gran parte infantili.

Davvero si tende a commuoversi, quando c’è lui: eppure è un dovere non tacere i rilievi a questo ennesimo “Roberto Bolle and Friends” alle Terme di Caracalla. Constatiamo che ormai, anche negli spettacoli di classica, il volume della musica si è omologato a quello delle discoteche – non è certo un guadagno, ma una perdita qualitativa secca – e gli effetti speciali anche: per cui, dopo l’apparizione iniziale tra fumi e fragori del tuttora bravissimo Bolle, il suo assolo finale iscritto in tetraedri trasparenti luminescenti e scomparenti, su assordante musica di Davide Boosta Dileo (e Satie!), aveva carattere appena formale, di concessione del suo bel fisico a palati meno esigenti. Quest’anno egli si è dedicato meno al classico, per intrpretare coreografie del Novecento ben note di Forsythe, Neumeier, Bigonzetti. Qui egli è emerso in modo assoluto per superamento di sovrumani nodi tecnici e per intensità espressiva, nel duo “In the Middle Somewhat” di Forsythe, con la stupefacente russa Elena Vostrotina, in cui essi quasi si distruggevano a vicenda. Né è stato da meno nel duo maschile con Alexandre Riabko “Opus 100 – für Maurice” di Neumeier, per originalità gestuale e grande eleganza. Quel che molto conta, poi, negli spettacoli di Bolle, sono le scelte artistiche dei Friends: lo strepitoso kazako Bakhtiyar Adamzhan (visto da poco in “Spartacus”), il giovane russo Daniil Simkin che, nel Don Chisciotte, si direbbe un nuovo Nijinskij; ed infine gli equilibri eccezionali della russa Tatiana Melnik, ne “Le fiamme di Parigi” di Vainonen.

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