La recensione: “Picasso fra Cubismo e Classicismo. 1915-1925”

Picasso 17 locandina mostra con Due donne in corsa etc.di Paola Pariset

Un’altra mostra su Picasso? Sì, perché Roma, Napoli, Pompei, hanno voluto ricordare che il grande pittore spagnolo, nella primavera del 1917 decise di fare un viaggio in queste famose città d’arte con intellettuali come Cocteau, Satie, Stravinsky, Diaghilev: viaggio determinante per il suo prercorso artistico. Infatti – come riferisce il titolo della stupenda e densissima mostra, curata da Olivier Berggruen e Annunciata von Liechtenstein “Picasso fra Cubismo e Classicismo. 1915-1925” (Roma, Scuderie del Quirinale, fino al 21 gennaio 2018, catalogo Skira) – l’artista compì proprio allora l’inversione fra la violenta Avanguardia cubista, di cui fu il padre, e il “ritorno all’ordine” che presto si impose in tutta Europa. Il Teatro dell’Opera di Roma gli dedicò la giornata d’arte, musica e letture “Picasso a Roma cento anni fa” del 10 aprile scorso, per ricordare quando egli calcò il palcoscenico del Teatro Costanzi con gli artisti futuristi italiani, e quando visitò i Musei Vaticani divorando con gli occhi gli affreschi di Raffaello, di cui è fortissima l’eco nei dipinti ora alle Scuderie. Anche Napoli ha dedicato a Picasso la grande mostra “Picasso-Parade Napoli 1917”, comprensiva del celebre Sipario per il balletto “Parade”, ispirato alla città partenopèa (ora esso, parte della mostra, è esposto nel Museo di Palazzo Barberini, nella sala Pietro da Cortona, adatta ai suoi circa 17 metri per 10). E Pompei, che proprio nel Sipario compare con le sue maschere e i personaggi popolari, ha in luglio accolto, nel Teatro Grande agli Scavi, i balletti di Diaghilev “Parade” e “Petruska” con scene e costumi disegnati dall’ineguagliabile spagnolo, inviati dall’Opera di Roma insieme col Corpo di Ballo. Ed ecco dunque che nella splendida mostra alle Scuderie possiamo ammirare i vari ritratti della ballerina russa Olga Khokhlova, allora nella capitale in tournée con Diaghilev, e che Picasso di lì a poco avrebbe sposata. La vediamo in forme pittoriche classiche, e in disegni dalla purissima linea greca, priva di chiaroscuro come nei vasi ellenici del secolo V avanti Cristo: e vediamo anche ritratto il loro bambino Paulo vestito da Arlecchino, paffuto come un putto del Quattrocento. E’ la fase di fascinazione per l’arte italiana classica: il rivoluzionario Cubismo analitico di Picasso era da tempo superato: quello sintetico – di minore impatto visivo ed emozionale, in mostra ne risaltano “Arlecchino col violino” (da Cleveland), e “L’uomo accomodato a un tavolo” (dalla collezione Agnelli di Torino) – era a sua volta rientrato, dinanzi all’ondata della classicità, che pure sembrava essere stata seppellita per sempre dalle Avanguardie europèe. Altri capolavori di tale momento creativo di Picasso, fra le tante tele e disegni provenienti quasi tutti dal Museo Picasso di Parigi, è l’apollineo “Ritratto di donna (Olga)”, che viene da Bruxelles, il disegno di poussiniano respiro dei “Contadini italiani”, l’eterna e pura bellezza della “Donna nuda che si asciuga un piede”, da Berlino. Ma l’artista vulcanico, incapace di arrestarsi ad ogni fermata, aveva già bruciato questo secondo amore, come quelli altrettanto concreti e fisici delle cinque importanti donne che hanno attraversato la sua vita: ed il 1925 ci presenta la monumentale tela del pittore “Donne che corrono sulla spiaggia”, col loro gigantismo vitalistico (anticlassico e molto renoiriano), che apre la successiva vorace fase espressionistica di Picasso, da cui sarebbe nata “Guernica”, e che oggi conclude la mostra.

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