La mostra: “Ovidio. Amori, miti e altre storie” alle Scuderie del Quirinale

ovidiodi Paola Pariset

L’attesa mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie” – aperta fino al 20 gennaio a Roma nelle Scuderie del Quirinale, a cura di Francesca Ghedini e di un’équipe scientifica, che ha collaborato anche al catalogo dell’Erma di Bretschneider, con le sue più di 200 opere pittoriche, scultoree, grafiche, inviate da molti musei mondiali – ci mette dinanzi al tema dell’amore. Non solo quello da Ovidio trattato da esperto fisiologo (“L’Ars Amatoria”), che sarà d’esempio agli artisti del Rinasacimento, ma quello che, intriso di sentimento e sesso, vivono da umani i personaggi del mito e gli stessi Dèi. L’intera mostra, che nasce dall’opera più celebrata di Ovidio, “Le Metamorfosi”, è percorsa da questo fremito: e ne fanno fede i tanti dipinti e sculture, gioielli e manoscritti istoriati, che dal Medioevo al Rinascimento e all’età moderna hanno attinto senza interruzioni a questa fonte. Ovidio stesso, in altri testi, specie nelle “Tristia” scritte durante l’esilio sul Mar Nero, allude al valore dei suoi versi e all’eternità che gli avrebbero procurato. Un capitolo di Giulia Salvo nel catalogo cerca di far luce sull’ ‘error’ da lui commesso nei riguardi dell’Imperatore Augusto, che gli costò l’esilio dal quale non tornò più. Su questo, un prezioso video dell’attore Sebastiano Lomonaco, annesso alla mostra, dà volto e parola al dolore di Ovidio, allontanato da Roma senza aver commesso alcunchè, e prediletto fino ad allora dall’Imperatore: ma ahimè sappiamo che certo il poeta non aveva fatto, ma aveva visto – e fin troppo – le spietate operazioni politiche di Augusto, che con la stessa spietatezza condannò lui all’esilio forzato. Ovidio aveva appena terminato i 12 libri in esametri delle sue 250 “Metamorfosi”, nell’8 d.C. quando dovette lasciare Roma. Fu il suo calvario: e chissà se avrebbe scritto con la stessa scorrevole bellezza di immagini il suo poema, se lo avesse dovuto comporre nella letale solitudine dell’esilio. Ma lo compose prima: ed i capolavori che l’arte figurativa ne trasse in seguito, riflettono il caldo e sorgivo senso del corpo e della fisicità, che Ovidio diede agli uomini e agli Dèi. Talora egli descrisse anche la fuga da essi di fanciulle che rifiutavano il possesso forzato – Dafne fu mutata in alloro per sottrarsi al tirannico abbraccio di Apollo – ma più sovente avvertiamo nei versi del poeta e nei dipinti corrispondenti, l’abbandono delle avvenenti giovaninette ai sensi, provocati dal rapinoso possesso degli Dèi. La vergine Io è ritratta dal Correggio mentre Zeus – trasformatosi in nuvola per rendersi invisibile a Giunone – penetra la fanciulla, già circonfusa dall’ambrosia che ne scioglie la reticenza, aprendone corpo e volto al nuovo scosciuto piacere. Anche nel rilievo marmoreo romano di età adrianèa – da originale ellenistico del primo secolo a.C. – proveniente dal Museo Archeologico di Venezia, la bellissima Leda compare nel suo unirsi in piedi a Zeus nelle sembianze di un Cigno: mentre il suo braccio si allunga mirabilmente lungo il collo dell’animale e la mano sinistra sprofonda in basso, a guidare il sesso del dio verso il proprio, la bocca – cui il becco del Cigno anela – si schiude all’intensità del piacere. Ovvio osservare, nel bronzeo “Tintinnabulus” in forma di fallo (da Pompei), come il piccolo fauno cho lo cavalca è a sua volta minacciato alle terga da un secondo fallo: cosi come nello spettacolare dipinto “Ratto di Ganimede” del cinquecentista Damiano Mazza, il giovane rapito dalla gigantesca aquila divina è visto di spalle, con invitante rilievo alle turgide natiche: sì, perché Ovidio non dimentica affatto, nei suoi versi erotici, la diffusissima pratica dell’ omosessualità.

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