La grande musica: Ughi e Temirkanov

Ughi in azzurrodi Paola Pariset

Uto Ughi ora come allora

Aprile 1959: oggi, 17 maggio 2019, all’Istituzione Universitaria dei Concerti, dopo 60 anni si è compiuto il miracolo di allora. Uto Ughi – il violinista mondiale di Busto Arsizio, uno dei maggiori viventi, che ha ricavato dal violino (sugli eccezionali strumenti che ha avuto) un suono caldo e una frenesia interpretativa inconfondible – ha suonato nuovamente alle 17,30 nell’Aula Magna della IUC, dove debuttò quindicenne 60 anni fa. L’Istituzione, con questo concerto fuori abbonamento, ha voluto celebrare il felicissimo anniversario, così come ha fatto circa un mese fa col pianista Bruno Canino. Quanti artisti ha sfornato la IUC! Però non solo la grande arte di Ughi in tale momento vogliamo ricordare, ma anche la sua volontà battagliera e veemente contro la sordità della burocrazia italiana, quando – durante i concerti per i giovani nella rassegna “Uto Ughi per Roma” – non riusciva a tollerare che nella scuola pubblica superiore, accanto a letteratura e arte, non si insegnasse la musica. Ma se non è stata mai ascoltata la sua voce tonante, ahimè….Uto (abbreviazione del suo nome, Bruto) guadagnò fin da ragazzo il plauso mondiale che ancora lo accompagna, con la Ciaccona dalla “Partita n.2 per violino BWV 1004” di Bach: oggi invece il grande violinista ha eseguito quella del secentista Tommaso Antonio Vitali, col pianista uzbeko Michail Lifits, Premio Busoni 2011, delicato e discreto. Poi è stata la volta della “Sonata n.3 op.18” di Brahms, in cui i due strumentisti avevano entrambi un ruolo separato e intenso, e in cui il violinista – con giusta intonazione – è incorso nelle improvvise e leggendarie incursioni nella passionalità espressiva. Ora come allora! Di Heitor De Falla, Ughi ha trascelto sei brani della “Suite Popular Española” del 1914, ed a seguire il notissimo e da lui molto amato “Rondò” di Camille Saint-Saëns. La conclusione è stata con “Tzigane” di Ravel, i cui virtuosistici fuochi d’artificio il grande Maestro ha affrontato con l’impeto e la freschezza dell’inizio del concerto. Che Dio ce lo serbi sempre così.

Yuri Temirkanov e la giapponesina

Grande direttore d’orchestra russo, dal 1967 direttore artistico e principale dell’Orchestra Filarmonica di S.Pietroburgo, Yuri Temirkanov dal 2015 è direttore onorario dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia di S.Cecilia. Egli è tornato a Roma per un concerto su Ciajkovskij e Prokofiev, nell’attuale stagione accademica. Ha condotto con sé la violinista giapponese Sayaka Shoji, che ha sempre sostenuto per le sue qualità musicali: che infatti ella ha pienamente dimostrato, nell’esecuzione del “Concerto per violino e orchestra op.35” di Ciajkovskij, del 1878. E’ il concerto della ripresa, dopo l’infelice matrimonio (non consumato e durato pochi mesi) del compositore con una insopportabile studentessa di pianoforte. La composizione ha aspetti di melodicità e di lirisno, che l’hanno resa gradita ad ogni pubblico e frequentemente eseguita nel mondo: e qui è emersa l’affascinante soavità del suono, degli attacchi e del sentimento musicale della ineffabile Sayaka Shoji. Il concerto è proseguito con la nota “Sinfonia n.5 op.100” del 1945 di Sergej Prokofiev, ottimamente eseguita dal sensibile e profondo maestro Temirkanov.

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