La fortuna del Werther in Italia alla Casa di Goethe

Goethe vestito da Werther di Tischbein. jpgdi Paola Pariset

Piccola, raccolta e interessantissima la mostra sul capolavoro giovanile di Goethe “I dolori del giovane Werther”, intitolata “Poesia e destino. La fortuna italiana del Werther”, aperta a Roma nel Museo Casa di Goethe in via del Corso 18, fino al 20 settembre 2019, a cura di Maria Gazzetti. Di questa fortuna, sapevamo già da quando studiavamo al liceo: ma stupisce ancora ritrovare nelle parole della Gazzetti la descrizione dell’esplosione in Italia di una vera follìa, scatenata poi in tutta Europa dalla pubblicazione nel 1774 del romanzo epistolare predetto, del venticinquenne Wolfgang Goethe: “I giovani si vestono nello stile di Werther, marsina blu e panciotto giallo, non pochi si suicidano con il romanzo in tasca…. Il libro viene illustrato, tradotto, interpretrato, parodiato” (a Napoli negli anni ’90, ricorda Roberto Venuti nel catalogo AsKI, curato da Claudia Nordhoff). Manifesto di un’intera generazione – siamo già nel Romanticismo – l’opera vedrà anche accaniti detrattori specie nella Chiesa (che lo definì “esca di Satana”): ma “la marcia trionfale del Werther è inarrestabile”, dice anrora la Gazzetti, iniziando in Italia dal Foscolo e dal Leopardi. E Goethe stesso, giungendo a Roma durante il celebre viaggio nel 1786-88, scrisse: “Qui mi seccano orribilmente con la traduzione del mio Werther, mi chiedono quale sia la migliore e mi domandano anche se è tutto vero! E’ un tormento, questo, che credo mi perseguiterà fino in India”. Nel saggio del Venuti viene messo in luce il processo di identificazione dei giovani del tempo col personaggio di Werther, all’origine della valanga delle traduzioni ancora nel XX secolo, e degli oggetti – in mostra due tazzine in porcellana Meissen, coi volti di Charlotte e Werther, anche su ventagli, ed altro. E’ esposta la prima edizione del libro nel 1774, quella italiana di Poschiavo, quella di M.Salom nella biblioteca del Leopardi e sua personale. Vi è poi la lettera originale del Foscolo a Goethe, ed il suo Ortis, inoltre testi tedeschi del Werther, traduzioni francesi e italiane, molte stampe sul personaggio, anche del nazareno von Carolsfeld. Vi è soprattutto il quadro di Tischbein, che ritrae Goethe vestito da Werther. Infine è esposta l’opera in ceramica “SuiciDio” di Luigi Ontani, creata apposta per la mostra.

All’occasione occorre rendere noto al pubblico che – relativamente all’informatissimo libro di Dorothee Hock – valorosa ventennale collaboratrice del Museo Casa di Goethe – “Via del Corso 18, Roma. Storia di un indirizzo”, pubblicato nel 2013, è uscita nel 2018 la II edizione, riveduta e ampliata. Della casa dove abitò Goethe nel 1786-88, “Al Corso, incontro del Palazzo Rondanini” come il poeta definiva l’indirizzo, l’autrice aggiunge molte cose, specie sul persistere nei secoli dell’aura magica legata a Goethe, e sulla lunga vita in tale casa della famiglia dei Bracci, artisti e architetti (fu infatti il marito dell’ultima rappresentante, barone Trocchi Alessandri, ad alienare la casa alla diocesi di Civita Castellana). Ricco il riferimento allo scrittore rivoluzionario russo Aleksandr Herzen che abitò via del Corso 18, e ai suoi scritti: come il capitolo su Paul Heyse, primo tedesco insignito del Nobel per la letteratura. Ulteriori sono poi le documentazioni della cronaca romana sul suicidio, nella casa abitata da Goethe, della coppia tedesca degli Schmidt. Ma l’aggiunta più importante, significativa e lodevole è la notizia che – per iniziativa della famiglia ebraica degli Zabban, nascosti nella casa di Goethe e aiutati durante le retate fasciste dalla portiera Autorina Mantovani, a rischio della sua vita – il nome di costei è stato iscritto e scolpito nel Giardino dei Giusti, dello Yad Vashem di Gerusalemme, nel 2008.

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