“La casa del Balambaràs” di Franca Zoccoli

Zoccoli libro La casa del Balambaràsdi Paola Pariset

Il profumo di eucalipti si sparse all’improvviso nell’aria, sull’altura della casa già del Balambaràs (figura di politico all’epoca), ad Addis Abeba in Etiopia, dove la famiglia di Franca Zoccoli – storica dell’arte, saggista, giornalista, autrice di importanti libri sulla donna artista – aveva abitato dal 1937 al 1942. Tornata dopo settant’anni lì dove aveva vissuto bambina, investita dal familiare ed amato profumo, Franca si è aperta al torrente in piena di un passato inizialmente felice, e mai dimenticato: ne è nato, lungamente procrastinato, il libro “La casa del Balambaràs”, sottotitolo ‘Una famiglia in Etiopia al tempo dell’Impero Italiano’ per De Luca Editore, con una bellissima prefazione di Giordano Bruno Guerri, storico e Presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani, e con illustrazioni grafiche – tratte da foto di famiglia – di Cecilia Avallone. Sì, gli anni del diffuso consenso al Regime, che prometteva lavoro e benessere nelle colonie, divenute Impero nell’Africa Orientale Italiana, attrassero anche i genitori di Franca Zoccoli – la bella e coraggiosa mamma Tilde e il padre Manlio, ingegnere di ponti e strade – che vi si trasferirono nell’euforia della costruzione di un nuovo mondo. Né questo entusiasmo si spense mai del tutto in loro e in Franca: ed in questo clima – che ancora qualcuno ricorda di aver vissuto in Italia, nella quotidianità di quegli anni – si snoda il suo libro, tanto preciso nelle notizie e nei ricordi personali, quanto snello e discorsivo nella prosa. Sostenuta da genitori intraprendenti, aperti al futuro e sensibili ad ogni novità tecnica e scientifica che allora si diffondeva nel mondo, Franca visse con tale spirito le inevitabili difficoltà di ambientamento, i viaggi lunghissimi e disagiati, il contatto diretto con nuovi animali, scimmie, iene, sciacalli, la lotta agli insetti, terribili pulci e zecche, l’irregolarità se non l’inesistenza della scuola: tutto senza però mai soffrire la fame, nemmeno a guerra dichiarata, e nella buona accoglienza iniziale della popolazione locale. La gioia degli italiani era palpabile ovunque, non era il frutto di un occhio infantile, specie dinanzi alle straordinarie e rapide esecuzioni di edifici, strade, ponti degli ingegneri italiani, sui cui cantieri Franca era condotta dal giovane padre, purtroppo perduto di lì a pochi anni. Un clima di euforia che intride il libro e che corriponde alla realtà storica del momento, ma che i genitori di Franca avvertirono esaurirsi alla dichiarazione di guerra del Fascismo a Inghilterra e Francia: eppure concepirono allora il quarto bambino, tale era il loro amore per la vita. Ma il mutare delle prospettive politiche condusse subito ad uno spaventoso assalto notturno degli abissini alla loro casa – una notte di terrore, da cui uscirono indenni – alla decisione dell’abbandono dell’Etiopia e alla necessità del ritorno in Italia, che si profilò subito difficile. Franca già undicenne fu spedita da sola (!) ad Asmara con una colonna di camion che impiegarono dieci giorni – “Dobbiamo tentare: ci pentiremmo perdendo questa occasione!” disse suo padre. Gli altri familiari seguirono a tappe, grazie alle dinamiche paterne e ad un pregiatissimo diamante della mamma: per lei con la piccola poppante si trovò un’auto (soli cinque giorni), con altri mezzi seguì la domestica coi due bambini, infine anche il padre giunse ad Asmara guidando egli stesso un camion. Poi, dato che il Canale di Suez era chiuso, da Asmara una faticosissima e rischiosa traversata, sostenuta dal Ministero della Marina, con la Croce Rossa che teneva i rapporti con gli Inglesi, fu organizzata per i rimpatriandi d’Africa: la famiglia Zoccoli salì il 2 dicembre del 1942 sulla nave ‘bianca’ Giulio Cesare, che circumnavigò il continente per 40 giorni, doppiando il Capo di Buona Speranza. Anche se i bambini avevano l’adunata ogni giorno e obbligo di cantare gli inni fascisti, che Franca trascrive fedelmente avendoli dovuti imparare a memoria, il clima oppressivo per il numero esorbitante di naviganti, per il pericolo costante delle mine (terribili e sconvolgenti gli scoppi in profondità nello Stretto di Gibilterra), andava riducendosi, mentre la traversata volgeva al fine: il 12 gennaio 1943 i rimpatriandi toccarono terra a Brindisi. Questo libro ha un innegabile peso storico, anche se volutamente privo di giudizi politici e visto dagli occhi incantati e tersi di una bambina: ella ha captato un’atmosfera, che altri scritti pur autorevoli sul ventennio fascista non hanno potuto afferrare. Quell’atmosfera è presente nel tuo intimo per sempre, Franca, ed ha avuto il potere di ridestare i tuoi genitori e farli rivivere con te, sino all’ultimo.

 

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