“La Bohème” a Caracalla e Alessandra Ferri al Parco della Musica

a73c60ec_originaldi Paola Pariset

Alle Terme di Caracalla, per la stagione estiva del Teatro dell’Opera, la prevista triade di melodrammi di Giacomo Puccini si è conclusa con “La Bohème” (1896). Dopo la cattiva digestione di “Madama Butterfly” e di “Turandot” – causata dai discutibilissimi allestimenti registici e scenici rispettivamente de ‘La fura dels Baus’ e di Denis Krief – ecco il felice ritorno del torinese Davide Livermore, che inscenando da regista, costumista e scenografo la “Bohème”, ha ideato (come l’anno scorso, in un’edizione funestata da diluvi universali) un fondale di gigantografie di quadri impressionisti, di Renoir, Monet, Pizzarro e altri, compreso van Gogh che ne respirò l’aria, ossia dei pittori attivi nella Parigi in cui Puccini aveva collocato gli squattrinati protagonisti della sua opera. Una buona idea, resa oltretutto possibile proprio dalla vastità del palcoscenico a Caracalla. Palcoscenico che nel II atto il regista ha poi affollato di personaggi e comparse – come fece Zeffirelli, costruendo per decine di parigini festaioli un secondo piano nel Teatro Costanzi. Trampolieri, ballerinette scalpitanti, contorsionisti, e alla fine un terrorizzante mangiafuoco alimentavano felicemente la frenesia e la joie de vivre dei francesi della Belle Ėpoque. Come nello standard delle opere pucciniane, dopo l’iniziale realismo e descrittivismo scenico, negli ultimi atti si concentrava il dramma. Qui sono affiorate e si sono imposte le voci (II cast): il delicato soprano Cristina Pasaroiu nelle celebri arie di Mimì (“Sì, mi chiamano Mimì”, “Sono andati? Fingevo di dormire” che scivola verso la morte della protagonista), il tenore Matteo Lippi nel ruolo di Rodolfo a partire da “Che gelida manina”. Musetta è stata il soprano Rosa Feola lanciata dall’Opera Studio dell’Accademia di S.Cecilia, mentre apprezzata come sempre è stata la partecipazione della Scuola di Canto Corale dell’Opera diretta dal M°Sciutto. E poi… un dono per il pubblico: una delicatissima nevicata di immateriali fiocchi di neve anche in platea, oltre che nella Parigi invernale del III atto.

      Alessandra Ferri è stata una notissima étoile scaligera con carriera e fama mondiale, che non è mai comparsa al Teatro dell’Opera: ma oggi è venuta a Roma, anche se non all’Opera, per il suo ritorno alla ribalta, dopo un addio alle scene da lei dato a poco più di quarant’anni nel 2007, quando ancora era nel pieno delle sue capacità tecniche ed espressive di ballerina classica. Un vissuto personale ha certo influito su ciò: e l’artista, che in questi anni ha esercitato la direzione artistica del Ballo al Festival dei Due Mondi a Spoleto, ha deciso di tornare al palcoscenico, dapprima nella stessa Spoleto, indi in USA dove è stata accolta con grande favore, ed ora in una lunga tournée in Italia, che ha incluso lo spettacolo del 30 luglio, “Evolution”, nella cavea del Parco della Musica a Roma, grazie alla sempre attenta cura della Daniele Cipriani Entertainment. Certo, la Ferri si dedica ora alle coreografie contemporanee, non certo ai balletti classici del grande repertorio in cui è stata grande a suo tempo: ma nel contemporaneo ella può ancora dare molto, come è stato soprattutto in “After the Rain” di Christopher Wheeldon su bellissima musica di Arvo Pärt, in cui ha danzato con intensità di sentimento e rarefazione del gesto, in duo con Crag Hall del New York City Ballet. Convinceva meno la “Rhapsody” di Ashton, nonostante l’uso delle punte, danzata col giovane partner argentino Herman Cornejo dell’American Ballet Theatre: meglio si adattava al suo essere ballerina ora, “Sinatra suite” coreografato da Twyla Tharp. Nello spettacolo intervenivano poi altri artisti del settore contemporaneo, anche espressionista – una lode al “Trio” di vivacissimi interpreti all’unisono, con coreografia di Aszure Barton – settore di cui si sottolinea negativamente l’insistenza sulla omosessualità e l’ostentazione della relativa gestualità maschile. Inoltre, a parte questo aspetto, non ci spieghiamo il fatto che la Ferri – il cui nome tira ancora molto – si presentasse come sola ballerina, circondata unicamente da danzatori. Ma vedremo il futuro del ritorno alla danza di questa étoile, ancora così tanto amata dal pubblico.

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