La Biancaneve di Emma Dante e il “Rigoletto” all’Opera

Oropesa723-a368-47fb-802a-987f2eccfa1c_1024di Paola Pariset

“Gli alti e bassi di Biancaneve” di Emma Dante

La regista palermitana Emma Dante è nota per la spregiuducatezza delle tematiche, i suoi nudi integrali in scena, insomma per il suo teatro disinibito, ma ricco di temi scottanti, affrontati con cruda evidenza scenica. Eppure in questo dicembre, nel Teatro Palladium alla Garbatella, la regista ha offerto al pubblico romano l’opportunità di condurre i bambini ad uno spettacolo pensato per loro: “Gli alti e bassi di Biancaneve”, con sottotitolo “Favola per bambini e adulti”. Come sempre il linguaggio scenico era puntuto e ben poco edulcorato, nonostante attingesse ad una favola per fanciulli: e questa, ammodernata dalla Dante – sue anche le semplici scene ed i costumi giusti per il soggetto (luci di Gabriele Gugliara) – evidenziava la metafora dei bassi e degli alti attraverso una Regina-matrigna ambiziosa, che guardava sempre e solo in alto (portando proprio i trampoli), mentre gli umili, bassi, ma generosi Nanetti (che recitavano in ginocchio dietro un parapetto), erano emblema della bontà . Di Biancaneve, l’esasperato e scollacciato scavallare sul palcoscenico, mentre la Regina patteggiava la sua morte insieme con lo specchio (personificato), era compensato dalla toccante scena nel bosco, nell’infantile temare della fanciulla nel buio, dalla sua promessa di ricambiare l’amore dei Nanetti con l’ordine, la cura di tutto, e coi dolci che sapeva fare. Biancaneve bambina, finalmente. E ciò si svolgeva con intermittenti vocine dalla platea, dialoganti con lei. Eccellente il lavoro degli attori: Italia Carroccio, Davide Celona, Daniela Macaluso. Non proprio giocosa, e di gran livello, era la scelta delle musiche, dalla “Cenerentola” di Rossini, dalla “Sesta Sinfonia, Pastorale” di Beethoven, compresa la filastrocca popolare “Fate la nanna coscine di pollo”, e un finale brano pop. Lo spettacolo era in pari misura per gli adulti e per i bambini, che si sono divertiti assai ritrovando – brava Emma! – i sentimenti puri, l’amore senza macchia per gli altri, che li ha da sempre caratterizzati.

Rigoletto%20nel%20banale%20aggiornamento%20di%20Abbado%20all'Opera%20dic_18“Rigoletto” all’Opera col neo-direttore Daniele Gatti

“Rigoletto” è opera di Giuseppe Verdi stranota, che si riporta in scena in genere con delle proposte innovative (delle quali invece c’è sempre da temere). Questa volta l’innovazione, annunciata in conferenza-stampa, sarebbe stata l’eretica ambientazione dell’opera (prevista da Verdi e Piave nella corte del cinquecentesco Ducato di Mantova) in quel di Salò, nell’estremo confine geo-temporale del Fascismo, proposta dal regista Daniele Abbado e concordata col direttore d’orchestra Daniele Gatti. Ma per fortuna nella realizzazione la cosa è stata confinata nel ballo a corte del I atto, con coppie in abiti anni ’30, e divise militari fasciste naturalmente goffe: e tutto è finito lì. Pallido riferimento, nella scena di Rigoletto e Sparafucile, era la nebbia urbana notturna (peraltro adatta alla scena) rotta da fanali in clima con Lili Marleen: ma come detto, tutto è finito li. E’ rimasto in piedi – a parte gli squallidi costumi di Sartori-Antico – un bellissimo “Rigoletto”, con le sue voci, la sua musica diretta con la misura e l’autocontrollo di Gatti, soprattutto nel I atto, che si estende dall’atmosfera scura e terrifica del Preludio fino al verginale ingresso di Gilda. Bellissima e luminosa la voce di quest’ultima (soprano americano Lisette Oropesa), molto bella anche se di non grande volume quella del Duca di Mantova (tenore spagnolo Ismael Jordi). Quanto al baritono di gran fama Roberto Frontali, che vocalmente impersonava benissimo il protagonista, gli macava la gestualità minima per il ruolo (ma il regista non si è accorto della sua staticità, persino in un atto come il II, in cui esplodono l’ira e la volontà di vendetta di Rigoletto?): c’è da dire poi che rispetto alla sua deanbulazione da sciancato, via via Rigoletto riaquistava la camminata normale (?!). Persino Gatti, attaccando “Sì, vendetta, tremenda vendetta” frenava per un momento l’espressione della violenza: ma ciò fa parte della sua estetica. Comunque la serata era da ricordare, per il miracolo della non invasività della regìa, per il rilievo che ha avuto la musica, per la qualità delle voci e la suggestione delle scene più tragiche (Salò non c’entrava). Alla fine, il soprintendente Carlo Fuortes annunciava la nomina a direttore musicale del Teatro dell’Opera del M°Daniele Gatti, tra un diluvio di applausi e di scintille luccicanti.

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