Il “Trittico” di Puccini al Teatro dell’Opera

Trittico_Suor Angelicadi Paola Pariset

Giacomo Puccini concepì le tre opere in un atto “Il Tabarro” (libretto di Giuseppe Adami), “Suor Angelica” e “Gianni Schicchi” (entrambe su libretto di Giovacchino Forzano) tra il 1912-18, e volle da sempre che esse venissero rappresentate insieme. Cosa che il più delle volte non accadde, con suo disappunto. Vi furono però nel secolo scorso alcune rappresentaazioni del “Trittico” nel suo insieme, come quella del Teatro alla Scala di Milano, con la direzione di Riccardo Chailly nel 2008. Ed anche oggi il Teatro dell’Opera ha voluto affrontare il notevole impegno artistico ed economico che una produzione de “Il Trittico” pucciniano comporta: e tuttora in corso ne è l’allestimento del Kongelige Teater di Copenaghen e del Theater an der Wien, affidato al giovane direttore dell’Orchestra dell’Opera Daniele Rustioni, alla regià del noto Damiano Michieletto, alle scene di Paolo Fantin, ai costumi di Carla Teti, alle luci di Alessandro Carletti e alla Scuola di Canto Corale dell’Opera, diretta da Josè Maria Sciutto. La scenografia di contenitori metallici, in vario modo assemblati sotto luci basse e radenti, appariva adatta ne “Il Tabarro” al tema di un amore adulterino, nato nei bassifondi di uno scalo sulla Senna, che finisce in un assassinio. I contenitori, ricoperti di fiorata e pesante tappezzeria fin de siècle, sono il luogo dove si rincorrono l’un l’altro i personaggi ben più moderni del Ganni Schicchi dantesco, in un comicissimo tentativo di modifica di un testamento a loro sfavorevole, che però finisce a loro danno, nella beffa tutta toscana del suddetto Gianni (Kiril Manolov, poderoso baritono). Dove meno la scenografia trova riscontro è l’atto di “Suor Angelica”, che si svolge in una lunga cella monastica aperta, di sbieco rispetto al lunghissimo corridoio coi lavabi (quelli delle colonie montane d’inizio secolo) su cui si affaccendavano le suore all’inizio. Nella delicata e al contempo tragica vicenda, in cui affiorava la voce spesso – ma qui giustamente – gridata della Grigorian, e soprattutto la sua forza scenica nel momento più tragico, rientravano ahimè molti “dejà vu” delle regìe contemporanee, l’ambientazione in manicomio (lo stesso Michieletto nel “Sigismondo” rossiniano a Pesaro nel 2010), la presenza delle Kapò, la duplicazione o quadruplicazione di taluni personaggi (il figlio vivo di suor Angelica). Eppure, in finale comparivano all’improvviso le luci dall’alto, ed entrava in scena la dimensione metafisica, la grazia, il miracolo: anche se chi andava verso suor Angelica morente, non era l’anima del suo bambino, ma uno dei cloni del piccolo vestiti di tutto punto. L’ultimo atto del “Trittico” felicemente sostenuto e dinamizzato, sembrerà scontato ma era ingentilito dalla dolcezza e dalle nouances della voce della russa Ekaterina Sadovnikova, nella celebre aria “O mio babbino caro”. La direzione di Rustioni, assai carica ed esplodente, costringeva i cantanti a sonorità che la sovrastavano. Ma il pubblico ha risposto con applausi molto sentiti.

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