“Il resto è storia”, una grande testimonianza per grandi eventi

libro Rabattidi Mario Gaetano Fabrocile

All’Università ‘La Sapienza’ di Roma, nel corso di Storia Sociale e Culturale della Laurea Magistrale in Scienze Sociali Applicate, si è condotta a termine l’interessante iniziativa di coinvolgere gli studenti, nella raccolta di materiale documentario e di testimonianze, sulla vicenda degli Internati Militari Italiani, dopo l’8 settembre 1943. Il corso, diretto da Luciano Zani, ordinario di Storia Contemporanea nel suddetto Ateneo, si è concluso nel luglio scorso, con un’affollata conferenza presso la Casa della Memoria e della Storia. Qui gli studenti stessi hanno illustrato il lavoro svolto, alla presenza di ua folta platea di giovani, docenti, e anche dei familiari di un internato sopravvisuto, assai avanti negli anni. Si tratta di Dante Rabatti, novantatreenne, vivente a Firenze, il cui figlio Angelo, grato e commosso, ha voluto assistere alla presentazione di un testo scritto dal padre stesso, “Il resto è storia. Memorie della guerra nelle isole dell’Egeo e della prigionia nei Balcani e in Germania”, per i tipi di Romano editore. Significative nella prefazione le parole di Paolo Ciampi, che si augura che “….la voce di Dante così chiara nella sua semplicità arrivi lontano…. soprattutto nelle scuole, e parli ai ragazzi e alle ragazze dell’epoca di facebook e instagraam, schiacciati in un presente flusso ininterrotto di post e messaggi. Poichè il problema è quello del dopo, del dovere cioè della memoria da non spegnere, essendo sempre più rare e flebili le voci che possono ancora raccontare l’esperienza della guerra, della deportazione e della prigionia”. Tra di esse quella di Dante Rabatti, classe ’23, nativo di Reggello (FI), sottratto al suo lavoro di contadino e agli affettti familiari, e mandato in guerra come allievo carabiniere. L’8 settembre lo sorprende nell’isola di Samo, dove viene catturato dai tedeschi: di qui la sua vicenda, che si svolgerà nel più ampio quadro della storia di quegli anni, segnata in particolare dalla tragedia delle forze armate italiane. Dopo la notte del Gran Consiglio (24-25 luglio 1943), con la destituzione di Mussolini e la nomina di Pietro Badoglio a capo del governo, da parte del Re, venivano avvviate trattative segrete con gli Alleati per una pace separata, che portarono all’armistizio, reso noto l’8 settembre in coincidenza con lo sbarco di un contingente alleato a Salerno. L’annuncio dell’armistizio gettò il paese nel caos: Re e governo abbandonarono la capitale per riparare a Brindisi sotto protezione alleata, mentre i tedeschi cominciarono ad occupare il centro e il nord del paese. Ancor più drammatiche le condizioni dell’esercito, abbandonato a se stesso con ordini vaghi e contraddittori, che attribuivano ai singoli comandanti “libertà di scegliere l’atteggiamento meglio adeguato alle situazioni, con il divieto – al contempo – di prendere iniziative di atti ostili ai tedeschi”. Di qui la tragica conseguenza che questi ultimi considerarono in sostanza gli ex alleati come traditori, non prigionieri di guerra: cominciando pertanto ad eliminarli (come avvenne per i 6.000 militari italiani della Divisione Acqui a Cefalonia), o a deportarli in campi di internamento. Sorte, quest’ultima, toccata a Dante Rabatti, che catturato in Grecia comincerà a vivere mesi e mesi di indicibili sofferenze di ogni sorta. Fu costretto ad estenuanti percorsi attraverso i Balcani, ammassato con altri prigionieri in vagoni ferroviari traballanti e dall’aria irrespirabile. Esposto al rigidissimo inverno locale, coperto solo di stracci, letteralmente dissanguato da cimici e pidocchi, assalito dai morsi della fame, dimagriva vistosamente, cibandosi a volte di erba e persino di carogne di animali. Sottoposto inoltre a turni di lavoro massacranti, per il montaggio di pesantissimi piloni di ferro per l’alta tensione, dormiva all’addiaccio o in baracche sconnesse e affollate. Tuttavia, sul punto di cedere allo sconforto, si sentiva sempre animato dalla speranza del ritorno a casa, sospintovi come ‘da una voce amica’, oltre che da una forte fede. Ciò, pur rimanendo sempre più solo nel viaggio verso la Germania, dopo la morte o la fuga di tanti compagni, unitisi ai partigiani di Tito. Solo in terra tedesca si rafforzò la sua speranza di tornare a casa: si ritenne infatti come ‘baciato dalla fortuna’, perché sfuggito per miracolo al ricovero in ospedale per febbre. Gli era chiaro ormai, da quanto appreso da alcuni prigionieri russi, che in caso di ricovero egli avrebbe fatto la fine delle migliaia di ebrei e di altri prigionieri, internati nei campi di sterminio e avviati ai forni crematori e camere gas. Egli invece, accodato con l’amico Renato Rebora, ad alcuni militari tedeschi in ritirata, per non essere scambiato come un loro collaboratore, decise di staccarsi dal gruppo, riuscendo a nascondersi in un fienile. Emozionato e stordito, non voleva credere che i carri armati in passaggio davanti al suo nascondiglio erano americani. Se ne convinse solo quando un passante, vedendolo uscire e riconoscendolo per italiano, si offrì di accompagnarlo ad una mensa americana. Mangiò a volontà di tutto e di più, finalmernte libero – dopo 18 mesi di inferno – di pensare, di intendere e di volere. Accompagnato dagli americani al confine con l’Italia, sistemato su un camion del Vaticano e poi in un ospedale a Merano, finlmente si avviava a superare le ultime tappe del viaggio di ritorno, con rinnovata lena. La linea ferroviaria fra Bologna e Firenze era molto danneggiata: ci vollero sei ore perché Dante arrivasse a Rifredi, e di qui a piedi o con mezzi di fortuna, riuscì finalmente a raggiungere Reggello e a riabbracciare tutti i suoi cari. Pianse lacrime di gioia ma anche di rabbia, per le condizioni di estrema miseria dei suoi, della terra abbandonata e della stalla vuota. Ma ce la mise tutta per riprendersi ed aiutare la famiglia, assumendo infine servizio come carabiniere effettivo, la mattina del 7 giugno 1945.

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