“Il Corsaro” al Teatro dell’Opera

Corsaro all'Opera 20_Olesja Novikova (Medora)di Paola Pariset

Fino all’8 marzo avrebbe avuto il suo corso, al Teatro dell’Opera di Roma, la messa in scena del balletto “Il Corsaro”, nato in Francia e rappresentato in prima assoluta all’Opéra nel 1856, con coreografia di J. Mazilier e musica di A. Adam. E’ uno dei più noti ed eseguiti balletti dell’Ottocento, nonostante coreografato mille volte da Petipa in poi, da Drigo, Pugni, Delibes ed altri, fino al rifacimento di Grigorovic in Russia ed oggi a quello dello spagnolo, ma di formazione francese, José Carlos Martίnez al Teatro dell’Opera.

La diffusione in Italia dell’epidemia del corona-virus, ha comportato la cancellazione delle ultime cinque repliche de “Il Corsaro”, ma val bene la pena di parlarne, perchè il balletto ha i suoi meriti, accanto ai difetti: realisticamente esuberante infatti era la messa in scena di Martìnez, tanto da assumere funzione distraente degli episodi principali di una drammaturgìa (di De Saint George- Mazilier, dal poema “The Corsair” di Byron) già di per sé intricata e non lineare. Né ad essa giovava la direzione dell’argentino Alejo Pérez nei tanti brani musicali di cui l’opera è composta (ma più lieve direzione egli ha riservato agli inserti musicali di Léo Delibes).

Tuttavia la bellezza e la giovanile bravura dei danzatori, étoiles, primi ballerini e solisti del Corpo di Ballo del Teatro, portava il balletto ad un livello molto alto. Assai attesa era l’esibizione della coppia Maia Makhateli e Kimin Kim, di scuola  comunque russa, andata ahimè perduta nella cancellazione delle repliche: ma bellissima era nel I° cast, coi suoi morbidi e angelicati port de bras, la russa Olesja Novikova nel personaggio di Medora (suo partner corsaro era il russo Leonid Serafanov), così come splendida era la nostra étoile Rebecca Bianchi nel ruolo di Gulmara, l’amica di Medora, che con lei veniva rapita ben due volte dal Pascià, e altrettante ricondotta all’amato Conrad. Si sono distinti altresì i due corsari e mercanti di schiave Lankedem e Birbanto (Walter Maimone e Michele Satriano): ed infine, ricchi, fascinosi, tali da rendere davvero il clima arabeggiante e turchesco, erano i costumi di Francesco Zito, come le irreali luci di Vinicio Cheli nella fantomatica scena finale del naufragio, al quale sopravvivevano i due amanti, andando verso una nuova vita.

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