“Il Barbiere di Siviglia” di Paisiello al Reate Festival

ReateFest 16  Il barbiere di Siviglia di Paisielloaldi Paola Pariset

Il Reate Festival da otto anni svolge, nello scorcio dell’estate, un ruolo fondamentale per la musica d’arte nel Lazio, sia riguardo alla programmazione – che, conclusa la stagione di Caracalla a Roma, ben poco riserverebbe al settore operistico – sia riguardo agli interpreti giovani, cui la Fondazione Reate Festival tiene in modo speciale. A Rieti, il Teatro Vespasiano possiede, come tutti sanno, un’acustica eccezionale: qui si svolgono tutti gli appuntamenti con la lirica del Reate Festival, ideato e fondato da Bruno Cagli (tuttora indimenticato presidente-soprintendente alla guida dell’Accademia di S.Cecilia a Roma), sotto la soprintendenza di Lucia Bonifaci, la direzione artistica di Cesare Scarton, e col sostegno della Fondazione Alberto Sordi per i Giovani, oltre che di molti sponsor istituzionali e privati. Quest’anno nell’imponente Teatro è stato allestito, con la collaborazione del Teatro dell’Opera di Roma e della predetta Accademia di S.Cecilia, “Il Barbiere di Siviglia” (1782) di Giovanni Paisiello (1740-1816): un dramma musicale giocoso del compositore, tarantino ma espressione della scuola napoletana, in omaggio al secondo centenario della sua morte. Il 1816 però è anche la data della ‘prima’ a Roma de “Il barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini. Sulla indentità dei due soggetti a distanza di 34 anni si è favoleggiato: in realtà si trattò di un scelta quasi obbligata per l’impresario di Roma, alle prese con la censura pontificia, che puntò alla fine su un soggetto già collaudato. E il ventiquattrenne Rossini fu oltremodo rispettoso nei riguardi dell’anziano e celebre compositore, che si mostrò comprensivo verso di lui, sicuro forse del suo insuccesso. Insuccesso consentito alla ‘prima’ proprio dai sostenitori di Paisiello, ma che fu solo iniziale: poi l’opera rossiniana ebbe consensi tali, da oscurare definitivamente quella di Paisiello, ‘riscoperta’ solo recentemente. La diversità dei due libretti si ritrova anche nella musica, che in Paisiello – specie per l’ampio uso del basso continuo – è vicina ai modelli tedeschi (persino mozartiani, anche se Mozart era nato e già morto nell’arco di vita di Paisiello), e che invece nel capolavoro rossiniano è espressione dell’opera buffa napoletana e italiana: basti pensare alle due arie su “La Calunnia”. La brillante, diversa e bellissima partitura di Paisiello è stata presentata nella deliziosa e settecentesca scenografia di Michele Della Cioppa: un gioco dell’oca su carta a disegni floreali. In essa la regìa di Cesare Scarton, fedele alla partitura, allegra e spiritosa anche nei movimenti delle comparse, impone il confronto con le libertà e ingiustificate gratuità di tanti registi odierni. Avvolti in costumi bellissimi e adatti ai personaggi, disegnati da Anna Biagiotti, e sotto le luci di Corrado Rea, i cantanti univano la loro giovinezza (alcuni solo ventenni) a quella degli strumentisti, nell’orchestra formata con esecutori dell’ensemble giovanile del Teatro dell’Opera e con allievi dei corsi di perfezionamento dell’Accademia di S.Cecilia: tutti diretti con piglio vivo e vivido dal ben noto specialista del barocco musicale e della didattica giovanile Fabio Biondi. I protagonisti erano il tenore Roberto Jachini Virgili (conte di Almaviva), il basso Clemente Antonio Daliotti (un molto magro e giovanile don Bartolo), il basso Simone Alberti (don Basilio), il baritono Maharram Huseynov, ventunenne nato in Azerbaijan (Figaro), e il predetto soprano Costanza Fontana, ceciliana ventunenne, vincitrice di più concorsi. Spiccava, quest’ultima, per la freschezza delle fioriture e al tempo stesso per la solidità della voce, oltre che per la grazia e la piacevolezza scenica. Lo spettacolo è stato un capolavoro di garbo settecentesco, di bravura organizzativa e di coesione artistica dell’intero staff: una lode vada anche ai docenti tutti, che hanno saputo ben indirizzare l’entusiasmo e la vitalità giovanile.

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