I Momix portano Alice a Roma

Momix 19 il ragnodi Paola Pariset

“Life is short, Art is long, Moses is forever”: sono le parole, prive affatto di falsa modestia, del mitico direttore e coreografo della compagnia dei Momix, Moses Pendleton, a Roma da oggi al 1 marzo, nuovamente al Teatro Olimpico, per lo spettacolo “Alice”, con gioia indicibille del pubblico della capitale. Sono più di trent’anni che gli amatissimi Momix si esibiscono a Roma, per l’Accademia Filarmonica, in cui Moses Pendleton è socio dal 2012. Questo ideale ponte, professionale ed affettivo, con un esponente d’eccellenza della cultura americana, è un vanto per l’Istituzione romana. Moses l’anno scorso ad essa affidò la “prima mondiale” di “Alice”, che poi fece il giro del mondo, ed oggi – dopo la permanenza a Roma – lo spettacolo si sposterà a S.Donà di Piave, a Thiene, a Torino (11-15 marzo), e a Milano (18 marzo-5 aprile). Accanto a Moses, nella direzione dei Momix c’è la moglie ex ballerina Cynthia Quinn, e la figlia ballerina Quinn Elizabeth al marketing, oltre allo stuolo dei collaboratori e dei tecnici (fra cui Michael Korsch per le luci, Phoebe Katzin ai costumi, Woodrow F.Dick III portentoso e tecnologico direttore di scena e di video design), mentre all’accattivante collage musicale ci sarà lo stesso Pendleton. Questi, per l’ineguagliabile coreografia, si è sì ispirato al fiabesco romanzo ottocentesco “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carrol (che ebbe fortuna e diffusione immensa): ma scavalcandone gli aspetti simbolici e pedagogici, egli si è immerso in una fantasia creativa illimitata. Ammaestrato dalla natura, nel cui contatto è vissuto per tutta la giovinezza nella fattoria di famiglia nel Vermont, e tuttora nel Connecticut dove è residente, concepisce la natura organica in continua trasformazione: e per Moses, c’è vita anche nel deserto, vedi il suo capolavoro “Opus Cactus” del 2001. In “Alice”, mirabili allungamenti, riduzioni, metamorfosi, irretiscono il Bianconiglio, lo Stregatto, la perfida Regina di Cuori, la stessa Alice che si raddoppia, si triplica, in un caleidoscopico divernire, dove il colore è vita. Ma rispetto all’anno scorso – e in asse con quanto Pendleton ritiene, cioè che uno spettacolo non finisce con la “prima”, ma via via si trasforma, migliorandosi in progress – insieme coi suoi ballerini ha accentuato nel I° atto l’aspetto noir della fiaba, per porre in luce il male che anche l’inconscio infantile nasconde. Perciò lo spazio scenico si anima di tentacoli e liane nell’oscurità, di forme paurose e mutanti: persino le ballerine-conchiglia in riva al mare si stagliano sul nero-inchiostro di minacciose nuvole, ed Alice trema fra i tentacoli lanosi di un immenso ragno. Ma nella personalità di Pendleton, la creatività solare trionfa su tutto: foreste e cielo si allungano in fiori e ali d’angeli, le rocce s’innalzano al cielo tra corolle multicolori, e invisibili scale trasportano Alice e i suoi doppi nell’aria azzurra, tra danzanti forme trapassate dalla luce. Un plauso va all’alta tecnologia di Pendleton & suoi, e il pubblico, dimentico di scopi didascalici e moralistici, applaude appagato lo spettacolo della bellezza e della luce. Ed è sempre così, quando come ora e da quarant’anni, Moses dipana il suo microcosmo dinanzi ai nostri occhi incantati.

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