Gennaio a Roma, tra musica e danza

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Martha Argerich a S.Cecilia con Pappano

Si proietta nel nuovo anno 2019 l’ultimo concerto cameristico dell’Accademia Nazionale di S.Cecilia (dicembre scorso) , per il suo clima rarefatto e spirituale: vi erano infatti concentrati tre rappresentanti di grandi e lontane nazioni, in straordinaria armonia fra loro, esempio superbo di unità sovranazionale dei popoli che la musica favorisce e rende perenne. La celebre pianista argentina Martha Argerich, il notissimo direttore musicale dell’Accademia di S. Cecilia Antonio Pappano, il violoncellista lettone Mischa Maisky – consulenti del noto Ferstival musicale creato dalla Argerich a Beppu in Giappone – si univano ai violinisti giapponesi Kyoko Takezawa e Yasushi Toyoshima, ed ai solisti dell’Accademia di S.Cecilia in un concerto di rara sensibilità d’insieme. I “Fantasiestücke per violoncello e pianoforte op.73” di Schumann, con la Argerich e Maisky, ne sono stati il culmine, poiché mai come in questo caso la delicatezza e la sommessa sonorità del duo – immerso in un clima di romantico sogno, nella più totale sintonia interpretativa– portavano la musica a tali livelli spirituali, quasi una preghiera. Anche nell’aspra “Sonata per violoncello e pianoforte op.40”, di Dmitri Shostakovich, si ripeteva il miracolo, seppur in termini di angosciosa e lacerante tensione interiore. Atmosfera distesa, con aperture al comico e ad insistenti onomatopèe nel “Carnevale degli animali” di Saint-Saëns, per due pianoforti (Argerich-Pappano) e piccola orchestra di solisti ceciliani. Ed anche qui – nonostante il fine accentuatamente caratterizzante e caricaturale della partitura – nel quadro “Le coucou au fond des bois”, coi due meravigliosi pianoforti, e la sussurrata presenza del grande solista Andrea Oliva nel sempre più tenue e remoto richiamo del cuculo nel folto del bosco, il livello esecutivo si elevava oltremodo. Questi sono sempre stati i raggiungimenti qualitativi dell’Accademia Nazionale di S.Cecilia in Roma. Paola Pariset

Lago dei Cigni (coreografia B.Pech) all’Opera

Lo stupendo “Lago dei cigni” (1895), balletto ottocentesco di repertorio immortalato dalla musica di Chajkovskij e dalla coreografia di Petipa-Ivanov, torna costantemente in scena in tutti i teatri del mondo, anche se con interventi e innovazioni coreografico-registiche di taglio contemporaneo non sempre sapprezzabili. E’ il caso del “Lago dei cigni” inscenato nel nostro Teatro dell’Opera dal 28 dicembre scorso all’Epifania 2019 con la coreografia del francese Benjamin Pech dell’Opéra di Parigi, con i protagonisti russi Anna Nikulina e Semyon Chudin nelle tre prime rappresentazioni, ed a seguire con étoiles, primi ballerini, e solisti del Corpo di Ballo del Teatro. Diciamo subito che la presenza dello scenografo Aldo Buti è stata una garanzia per la restituzione del lato favoloso e meraviglioso del balletto, sia nell’allestimento del salone da ballo della reggia del principe Siegfried – sormomtato da una cupola simile a quella bizantina di S.Sofia a Costantinopoli, immensa e leggera come i vaporosi tendaggi azzurri che la attorniavano – sia per la realizzazione dell’isola tetra e misteriosa (da Boecklin) sorgente dalle acque negli atti bianchi, esaltati dalle luci di Vinicio Cheli. Così, il balletto si è dipanato fino ad un certo punto nella sua temperie drammatica originaria, proponendo però nel primo atto un momento di ripiegamento di Siegfried e della corte, su un brano musicale previsto molto dopo nella partitura, e che qui serve un po’ arbitrariamente a presagire il triste destino del Principe, tuttavia con molta suggestione. In piena e mirabile evidenza appare la qualità tecnico-interpretativa di Alessandra Amato, dolente creatura immersa in una passione senza speranza, e l’eleganza stilizzata di Claudio Cocino (nelle tre rappresentazioni succedute alle tre iniziali). Prendeva corpo a questo punto l’infelice eliminazione da parte del coreografo Pech del basilare ruolo del mago Rothbart, che nell’opera originaria – trasformando le fanciulle in cigni ed esercitando su di esse un potere malefico – presenta a Siegfried, innamorato di Odette, il cigno nero Odile, al fine di distoglierlo dall’amata. Rothbart invece si identifica qui con Benno, originariamente fidato amico del Principe, ed ora – secondo il clichè fin troppo sfruttato di vedere l’omosessualità dappertutto – geloso del di lui nuovo amore. Sarà Benno, senza alcuna maschera, a presentare Odile a Siegfried, gettandolo poi nella disperazione. Fra i due esplode l’inimicizia, ma la morte di Odette lascia entrambi nel dolore. In definitiva il dramma si compie comunque, ed inutile ne risulta il diverticolo drammaturgico di Pech. Lo spettacolo, diretto con stupenda delicatezza e maestria da Nir Cabaretti, con effetti visivi bellissimi e palese bravura del corpo di ballo, anche nelle danze di carattere, ha riempito il teatro tutte le sere, applauditissimo. (foto)

 …e lo “Schiaccianoci” del Moskow Ballet all’Olimpico

L’Accademia Filarmonica Romana apre la stagione 2019 con la danza, invitando al Teatro Olimpico il 7 gennaio (e fino al 3 marzo) la compagnia – sorta nel 2004 – Moskow Classical Russian Ballet, diretta da Hassan Usmanov, ballerino e direttore artistico. Il piccolo teatro non offre possibilità di spettacolari allestimenti, ma apre le porte ad una compagnia che dimostra grande fedeltà alla coreografia originale di Petipa-Ivanov e al carattere fiabesco del racconto di E.T.A. Hoffmann che è alla base del balletto. Così, nonostante il ridotto numero dei ballerini (che interpretano necessariamente più parti), le festose ma semplici scene dello stesso Usmanov, i bellissimi costumi di Anastasiya Raykova (anche splendida, fatata e pienamente classica interprete di Clara-Fata Confetto) ci conducono nel vero mondo dello “Schiaccianoci”, culminante nellsa danza dei Fiocchi di Neve. Il Principe sognato da Clara (Ilya Borodulin), giovane ed atletico nei famosi giri e salti del suo duo con Fata Confetto, Vladimir Tristan (Drosselmeyer), Aleksandr Gandak (re dei Topi), e tutto il corpo di ballo concorrono a creare il clima di felicità, che nonostante l’invasione – qui molto addolcita – dei terribili topi, è la vera sigla del balletto, perfettamente raggiunta. Una lode al M°Usmanov e alla sua armoniosa compagnia, che speriamo di rivedere spesso.

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