Franco Zeffirelli, per sempre Maestro

Zeffirelli%20Ernani%20Fracci%20alla%20Tosca08%20inaugurazdi Paola Pariset

Egli è morto nel pieno del lavoro, quello che lui amava, nel teatro. Franco Zeffirelli (Firenze 1923 – Roma 2019) ci ha lasciato dopo una vita intensissima di attività registica sul palcoscenico, nella lirica (in cui ha raggiunto i massimi risultati d’arte), e nella cinematografia. Non c’è luogo in cui egli non abbia lasciato tracce artistiche, in Europa e in USA (da ultimo, anche in Arabia Saudita): non c’è teatro in Italia ove non abbia operato, e al momento della morte era impegnato nella sua “Traviata” all’Arena di Verona. “Vorremmo fermarci e piangerlo come uomo e come artista – dice Cecilia Gasdìa, soprintendente della Fondazione Arena di Verona – ma se vogliamo davvero onorarlo come merita, dobbiamo non fermarci, ma lavorare al massimo perché la sua ultima “Traviata”, e il suo “Trovatore” brillino, a ricordo futuro del suo genio insostituibile”. Per la “Traviata” di Verdi e per “Tosca” di Puccini, Zeffirelli apprezzava moltissimo Maria Callas, al contrario di Toscanini che le anteponeva la voce di Renata Tebaldi: ma ricordava sempre che il grande soprano greco, pur cantando benissimo a suo parere la parte di Butterfly, non voleva inscenare l’opera. “Mi ci vedi tu – gli diceva – a fare una geisha di quindici anni?”. Dovremmo dirlo a chi a 80 anni pretende di stare in scena come a 30. Anche Roma porta i segni del genio di Zeffirelli, ovviamente nel Teatro dell’Opera, che egli amava prima che le favolose ricchezze d’Arabia conquidessero anche lui. Negli ultimi anni 2007-10, già carico di allori e di Oscar, per il nostro lirico Zeffirelli realizzò una indimenticabile “Bohème”, in cui per la scena del Cafè Momus ideò uno stupendo secondo piano scenico, brulicante di parigini fino all’inverosimile, secondo la sua visione vitalistica e coloristica del teatro musicale. Ideò un nuovo allestimento per “Traviata”, incaricando un aiutante di scegliere i figuranti: si presentò una giovanissima ballerina che mimò un’invitata in stato di ebbrezza. Fu scartata e ne pianse, ma l’idea le fu accettata anonimamente: nello spettacolo, al momento del ballo nel salone di Violetta, comparve per primo un ospite barcollante, palesemete ubriaco. E la fanciulla ebbe un suo morale riscatto. Nel 2009 sempre all’Opera, accanto a “Cavalleria rusticana” il Maestro inscenò “Pagliacci”, suo cavallo di battaglia per l’impetuosa scenicità: dirigeva allora l’Orchestra Gianluigi Gelmetti, vicino a cui Zeffirelli accolse il calore degli applausi finali: a quel punto estrasse di tasca un enorme fazzoletto bianco, agitandolo verso di noi pubblico, come gli emigranti dell’Ottocento al momento del distacco dalle famiglie. Perché quel doloroso saluto? Forse avvertiva che non sarebbe più tornato all’Opera, e che la morte lo avrebbe rapito all’improvviso, mentre era impegnato nella “Traviata” a Verona (dal 21 giugno in scena, trionfalmente): “A un certo punto, il Signore chiude il rubinetto”, disse una volta nel suo colorito linguaggio fiorentino. Eppure in Arena era talmente forte ancora la sua presenza, che artisti e tecnici non sono riusciti a piangere, ma solo a gestire, suonare, cantare, sotto le luci sceniche. E così sarà sempre.

Precedente Alla Casa del Jazz tornano i "Concerti nel Parco" Successivo Balletti supremi all’Opera, tra Tokyo e Astana