Ezio Bosso: in ricordo del maestro

BOSSO Eziodi Paola Pariset

Sì, Ezio Bosso è morto nella sua casa a Bologna il 15 maggio scorso, quasi all’improvviso, mentre avevamo ancora stampato in noi il suo sorriso, i suoi gesti inusitati, le sue impressioni musicali fortissime, che voleva trasmettere al pubblico come per un compito sacro. Torinese, compositore e direttore d’orchestra classico e pop, formatosi all’Accademia Musicale di Vienna, ha guidato complessi prestigiosi come la London Symphony Orchestra, quella del Teatro Regio di Torino, della Fenice di Venezia, dell’Accademia della Scala a Milano: ha composto musica classica e saggiato le sperimentazioni contemporanee, ha scritto colonne sonore per films, per il teatro, per la danza.

Ed il successo enorme culminò sul palcoscenico di Sanremo nel ‘16 dove lo volle Carlo Conti, un successo che straripò ovunque, a ondate.  Ma ecco arrivare nel 2011 l’ospite inatteso, la malattia neurodegenerativa progressiva, che gli interdice la parola, gli arti, che gli cambia la vita togliendogli vari anni di musica. Però la musica stessa aiuta Bosso a reagire, gli ridà una faticosa parola per comunicare con l’amatissimo pubblico, le mani per il suo compagno siamese, il pianoforte gran coda Steinway Bussotti-Fabbrini – e lo abbiamo ascoltato, Ezio, come pianista a S.Cecilia, col suo tocco delicato, prima che la definitiva usura delle mani lo spingesse verso la direzione d’orchestra. Quel pianoforte fu creato per le sue specifiche da Piero Azzola, completo di sgabello versatile chiamato “12”. Già, “12”: il numero magico, tratto dalla cosmologìa sumera – e poi egizia – dell’opera di “The 12h Room”, portata da Bosso all’Accademia di S.Cecilia nel ’16. Per lui le dodici stanze erano quelle della vita: egli è risalito alle antiche culture in cui prima di ogni cosa, prima anche del Tempo, cielo e terra erano divisi, e guarda caso questo è anche l’incipit della Genesi. Ne sono nati i corpi celesti, 12, e 12 sono anche i mesi, 12 sono – passando al Cristianesimo – gli Apostoli, sicchè questo numero assume una simbologia pari a quella del sette nel mondo classico, i Sette contro Tebe, le sette meraviglie del mondo, i sette massimi artisti dell’antichità.

Alle 12 stanze Ezio Bosso ha dedicato tante riflessioni, confidate agli amici più cari. Della prima stanza in cui nasciamo, non abbiamo percezioni, ma ad essa si torna nel momento della morte: allora la riconosceremo. Si succederanno tutte le altre, ridenti e gaie per le gioie ed i successi, che Ezio ben conosceva. Poi la stanza buia, dell’angoscia, del terrore – ed anche questa egli conosceva bene. E si arriva all’ultima, quella della morte, che si ricongiunge con la prima: e da questa si ricomincia, nella luce. Sony Classical il 23 giugno ha posto in edicola in formato Digipak quattro opere basilari di Bosso, col titolo “And the Things That remain”, perché la luce per lui è la vita. Nel marzo 2019, egli aveva diretto nel Teatro Verdi di Busseto, inondato di gente entusiasta e  plaudente, la Quinta e la Settima Sinfonia di Beethoven (rimandate in onda il giorno della sua morte), presentate come lui faceva, senza formalità, con persone di cultura invitate a sedersi per terra sul palco, ad ascoltarlo mentre parlava di “Che storia è la musica”. Ed è stata ancora luce, sfolgorante, quella della sua nascita e della sua rinascita dalla china della morte nell’ultima stanza, sempre entro la musica, proiettata miracolosamente nell’anima degli altri: e lì lo incontreremo ancora e per sempre.

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