Colli e Bahrami, pianisti a S.Cecilia

colli federico pianista Rach3di Paola Pariset

Il Rach3 – il terribile “Concerto per pianoforte e orchestra op.30” di Sergej Rachmaninoff (1909) – esercita sempre sugli esperti, ma anche sul pubblico, un sadico fascino per le difficoltà estreme che impone all’esecutore, volute dal compositore russo come biglietto da visita per la sua prevista tournée a New York, dove infatti il concerto ebbe il suo debutto, al Metropolitan). Questa volta ci ha provato nella stagione concertistica di S.Cecilia, in un recente concerto diretto da Jurai Valčua, il ventottenne pianista bresciano Federico Colli: e con ragione, vista l’interpretazione che ne ha dato. Diplomatosi al Conservatorio di Milano, perfezionatosi all’Accademia Pianistica di Imola e al Mozarteum di Salisburgo, insignito di riconoscimenti pretigiosi, come il primo Premio al Concorso Mozart di Salisburgo (2011) o la Medaglia d’oro al Concorso Pianistico di Leeds (2011), ha suonato al Musikverein di Vienna, alla Musashino Hall di Tokyo, al Mariinskij di S.Pietroburgo, al Lingotto di Torino, e con la Sinfonica Nazionale della Rai, sempre sotto la bacchetta di grandi direttori, Yuri Temirkanov, Sakari Oramo, Vasily Petrenko, ed ora Jurai Valčua. Ebbene, pur sotto questa direzione impetuosa e molto sonorizzata, che la partitura volutamente complessa di Rachmaninoff avrebbe probabilmnte consentito (e che avrebbe forse richiesto come solista un Matsuev!), Federico Colli ha conservato il suo ammirevole ‘à plomb’, fatto di nessuna ostentazione del virtuosismo (che pure può vantare) e di molta purezza esecutiva, di nessuna enfatizzazione delle sonorità, ma di molta profondità del sentire, bellezza del tocco, dei timbri e meravigliosa misura interiore. Molto italiana. Bravissimo. Poiché anche l’Accademia di S.Cecilia ha voluto offrire al suo pubblico un concerto per il Giubileo indetto da Papa Francesco, ecco fuori stagione e forse organizzata in extremis, la serata “In Paradisum!”. Protagonista ne era il Coro dell’Accademia di S.Cecilia diretto da Ciro Visco, poiché il concerto era dedicato alla musica sacra vocale dal Settecento al Novecento: ma ospite ne è stato il giovane pianista di fama mondiale Ramin Bahrami, icona del pianismo riferito al grande Johann Sebastiaan Bach (su cui egli ha scrittto anche tre libri, per Mondadori e Bompiani). Nato a Teheran, ma esule a motivo della persecuzione politica del padre, studiò in Europa diplomandosi al Conservatorio Verdi di Milano, perfezionandosi poi con A.Weissenberg, András Schiff e soprattutto con l’americana Rosalyn Turek, grande specialista di Bach. Costei ha trasmesso al giovane Bahrami la purezza del tocco e la tipica interpretazione sovrapersonale, tesa ad esprimere l’Universale nella musica. Bahrami ha suonato il suo Bach in tutto il mondo (dedicandosi anche alla musica tradizionale persiana), ed è un fedelissimo dell’Accademia di S.Cecilia, che gli ha affidato l’inaugurazione dell’ultima stagione cameristica. Nel programma della serata odierna comunque, egli è stato inserito senza un suo ruolo solistico: si è iniziato coi “Mottetti” bachiani che la critica ha ormai ridotto a sette (BWV 118 e 225-230), nel primo Settecento intonati nelle cantorie secondo la pratica luterana. Seguivano due pezzi per coro e pianoforte di Haydn (“Abendlied zu Gott Hob XXV c:9” e “Non nobis Domine Hob XXII a:1”), indi il “Salmo 150” (1892) del Salterio del compositore austriaco Anton Bruckner, mentre di Brahms si sono ascoltati – oltre al dolcissimo lied “Mondnacht WoO21 per voce e pianoforte, unica composizione profana del concerrto – i giovanili e molto bachiani “Mottetti op.29”. Infine, del compositore francese del ‘900 Maurice Duruflé, il Coro ha eseguito la parte ultima del suo ”Requiem op.9” del 1947: composto in nove parti su temi musicali gregoriani, dei quali il compositore aveva fatto propria la straordinria semplicità linguistica, si concludeva col celestiale brano “In Paradisum”, invocante sull’uomo la pace spirituale. La presenza del notissimo pianista iraniano, purtroppo si riduceva all’accompagnamento strumentale del Coro – peraltro non sempre previsto nelle partiture – in una esecuzione oltremodo leggera e quasi non udibile, in parte compensata dal bis magistrale dell’Aria delle “Variazioni Goldberg” di Bach. Il non numeroso pubblico, pur perplesso, ha applaudito comunque tutti gli artisti.

 

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