Berlioz apre la stagione a S.Cecilia. Rossini al Torlonia

Pappano%20inaugura%20stagione%2019di Paola Pariset

Il “Requiem” di Berlioz apre la stagione a S.Cecilia

Il grandioso Requiem di Hector Berlioz, col quale si è inaugurata il 10 ottobre la stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di S.Cecilia, in realtà reca il titolo “Grande Messe des morts op.5”. Opera di rara esecuzione per l’imponenza dell’organico e l’originalità – talora da lasciare sorpresi in una creazione di carattere sacro – della struttura compositiva, essa vede la preminenza assoluta del coro, anzi dei cori, a fronte di una sola voce solista (qui il tenore messicano Javier Camarena), e una cura speciale per le percussioni. Ma tutto nasce dal temperamento vulcanico del compositore romantico, che lo accosta alla furiosa pittura del contemporaneo Eugène Delacroix. La Messa, scritta nel 1837 e dedicata, dopo un ripensamento, al generale Denys, ucciso in battaglia nella campagna francese di Algeria, fu eseguita nella Cattedrale di Saint Louis des Invalides nel dicembre dello stesso anno. La presente edizione romana dell’opera, che è avvenuta col patrocinio dell’Ambasciata di Francia, ha visto il M°Antonio Pappano alla direzione dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia di S.Cecilia, insieme col Coro del Teatro S.Carlo di Napoli (diretto da Gea Garatti Ansini), e con la Banda della Polizia di Stato (direzione Maurizio Billi), per le orchestre di trombe. Circa 400 esecutori quindi, che peraltro per Berlioz avrebbero potuto essere molti di più, nella sua mastodontica concezione dell’opera, da tutti o quasi criticata fin da allora per gli eccessi di sonorità (una vignetta del 1846 rappresenta il compositore che dirige un’orchestra di cannoni e artiglieria pesante..): sonorità inverosimile che “…non arrivò quasi mai ad essere potenza in atto”, secondo un critico dell’edizione dell’opera nel 1926, a Roma all’Augustèo. Eppure, proprio lì dove nella Messa si concentra la terribilità dell’oceano di suono, potenziato dai gruppi di trombe dislocate nell’alto delle gallerie della Sala S.Cecilia – nel “Dies Irae”, nel “Tuba mirum”, nel “Lacrimosa” – e dove immane, estremo, il nero suono soverchia la capacità umana di ascolto, lì è la presenza di Dio, terribile e vindice come nel Giudizio michelangiolesco della Cappella Sistina, che pure aveva lasciato deluso Berlioz, a Roma. Altro che mancanza di “potenza in atto”, ed eccesso di strumentazione. Invece sommesse come nel “Kyrie”, sole e diserte e sussuranti come nel “Tuba mirum”, e stupende erano le voci corali femmili: come nel “Sanctus” cantato da Camarena lo erano i piatti, sonori per tutti e qui – per volere di Berlioz e del grande Pappano – levitati a fruscìo, a soffio, ad estrema manifestazione dell’umano sentire, nell’immensa platèa di creature palpitanti che è la Grande Messa, creature che arretrano e cessano solo dinanzi all’inconoscibile.

“La cambiale di matrimonio” di Rossini al Torlonia

Il piccolo e delizioso Teatro di Villa Torlonia a Roma ha ospitato in questi giorni “La cambiale di matrimonio” di Gioacchino Rossini: la messa in opera è il frutto dell’iniziativa della Filarmonica Romana e del suo neo-RossiniLab, laboratorio dedicato alle giovanili farse del Cigno di Pesaro – che nel 1810-13 le creò per il Teatro San Moisè di Venezia, al momento del proprio imporsi sulle scene italiane – farse che verranno inscenate al Teatro Torlonia una l’anno, ossia – oltre alla presente – “L’inganno felice”, “La scala di seta”, “L’occasione fa l’uomo ladro, “Il signor Buschino”. La presente operina, musicata da Rossini diciottenne (!!) su libretto di Gaetano Rossi, era in versione cameristica (5 archi e 5 fiati), con la direzione di G.Battista Rigon, anche al fortepiano. Gli strumentisti erano i valorosi giovani dei Corsi di Alto Perfezionamento dell’Accademia di S.Cecilia: per le voci c’è stata la collaborazione della Fondazione Rossini di Pesaro. Ne è uscita una inattesa frizzante piccola opera buffa, di cui l’adolescente compositore mostrava di possedere già tutti i segreti: così i due bassi buffi Matteo Nardinocchi e Ivan Caminiti, col ‘pretendente’ canadese Giulio Iermini, che alla fine ha girato la cambiale al fidanzato della bella Fanny, consentendo il lieto fine, con un sestetto che più rossiniano di così non poteva essere. La stella della serata, dalla voce belcantistica armoniosa, equilibrata e perfetta, è stata Claudia Calabrese, la ‘negoziata’ Fanny, innamorata di Roberto (tenore Roberto Ferrari): ma non erano da meno gli altri cantanti. L’altra stella, al maschile, è stato il regista Cesare Scarton (già eccellente nel recente “Empio punito” del secentista Melani, al Torlonia), per la sua perizia nell’allestimento frizzante e garbato della graziosa farsa. Un modello per altri indefinibili registi non solo italiani.

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