Barbiere di Siviglia a Caracalla, Dario Fo grandeggia al Parco della Musica

Caracalla Il barbiere di Sivigliadi Paola Pariset

Opera. Sul palcoscenico delle Terme di Caracalla è tornato quest’estate “Il Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini: un titolo di grande richiamo per l’Opera e tuttora in corso fino al 10 agosto. Il cast musicale è nuovo, non così l’allestimento, replicato da quello che il Teatro mise in scena nel 2014 con la regìa di Lorenzo Mariani, le scene di William Orlandi e i costumi di Silvia Aymonino. E’ stato un bis non a tutti gradito poiché, se salvava l’amosfera gaia dell’opera comica rossiniana, ambientata nel Settecento (l’opera è del 1816, bellissima musicalmente, capolavoro assoluto del compositore), tuttavia con un guazzabuglio generale di coristi, ballerini (guidati da Luciano Cannito), comparse, in tutti gli stili e costumi, si sovrapponeva eccessivamente alla musica, e non sempre col riguardo dovuto. Ovunque infatti erano donne sgambettanti, costumi balneari (?), coloniali con arbusti in testa (?), cabarettistici e cinematografici degli anni ’30, conditi da gestualità gratuite (Rosina respingeva un personaggio con una sederata) e spesso ricalcate da altri (i cantanti in piedi sul divano, come nella “Cenerentola” rossiniana di Ronconi e Margherita Palli al ROF di Pesaro, anni ‘90). Ma i validi cantanti questa volta erano diretti Yves Abel, dalla carriera variegata ma stellare, rossiniano esibitosi anche al ROF, che ha diretto con una sensibilità stupenda, specie nelle trine musicali rossiniane, veramente facendo propri gli aspetti essenziali del grande pesarese.

Parco della Musica. Intanto al Parco della Musica, la rassegna di grande successo “Luglio suona bene” si è conclusa con un altro colpo grosso: il novantenne prodigio artistico, Dario Fo, è tornato apposta a Roma per questa esibizione straordinaria. Vecchio e più giovane che mai, egli ha ripreso creazoni di anni trascorsi, riproponendole pur seduto, ormai senza l’energia che un tempo gli consentiva di accompagnare con una gestualità senza eguali la sua recitazione. Ha riproposto “Mistero buffo” del 1969, col suo linguaggio unico ed ineguagliabile di parole, fonemi ed onomatopèe popolari (lombarde), unite ad eco del volgare italiano quattrocentesco, col suo passo sui Re Magi e il loro “…oh che bel, che bel, che bel, cavalcare ‘sto cammèl…”. Ha riproposto dal “Fabulazzo osceno” del 1982 la grottesca giullarata della “Parpaja topola” dall’inconfondibile riferimento sessuale. Ed ancora, ispirato in parte dai Vangeli apocrifi, “Il primo miracolo di Gesù Bambino” del 1989, con la sua critica amara e antimistificatoria sul piccolo Gesù, che giocando coi bambini della terra si fa come loro, inevitabilmente proponendo vendetta e ammazzatorie. Grande è la forza di Dario Fo, Premio Nobel 1997, nell’affrontre ancora la vita, senza Franca Rame che lo ha accompagnato sempre: e ne ha ricordato una tappa romana, durante la quale nacque il loro figlio Jacopo. Anche qui è la grandezza di Dario Fo, nel sentire il suo dovere morale e sociale ancora potente e ineludibile, anche a 90 anni, nella solitudine.

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