Balletto, gran finale di stagione

Aterballetto_Antitesidi Paola Pariset

La stagione della Filarmonica Romana – e del Festival Internazionale della Danza di Roma che ne è parte – si è conclusa con due balletti. Il 24-25 maggio al Teatro Olimpico è stata la volta dell’Aterballetto, compagnia storica italiana, diretta da grandi coreografi, da Biagi ad Amodio, da Bigonzetti, fino alla Bozzolini, e che ha ospitato grandi artisti, da Kylián a Forsythe, da Monteverde a Sciliano. Il fil rouge durante gli anni dal 1979 ad oggi, è stato sempre l’altissima qualità tecnica ed espressiva del ballerini della compagnia, che infatti hanno ballato più all’estero che in Italia. L’Aterballetto ha dunque presentato oggi tre coreografie diverse, “Sentieri” di Philippe Kratz su musica di Chopin, con quattro ballerini sul tema delle memorie personali, con una gesualità in realtà alquanto ripetitiva. Indi 14’ 20’’ , titolo ricavato dalla durata della pièce – come il brano musicale sperimentale del 1952 di John Cage: 4’33’’, minuti di silenzio in partitura. La coreografia è di Jiri Kylián, uno dei maggiori coreografi del Novecento in Olanda, ed è parte di quella originaria intitolata 27’ 52’’: ma a dispetto dell’arditezza sperimentale, il brano eseguito da una coppia di danzatori è di grande intensità emotiva, che scatta fra i due e avvolge tutto il pubblico. Grande impressione infine lasciava nello spettatore “Antitesi”, balletto creato da Andonis Foniadakis, nato a Creta, formatosi ad Atene e poi entrato nel Rudra di Béjart. Tutti i ballerini della compagnia, sulla musica di Pergolesi, Scarlatti,Tartini, Scelsi e sound design di Julian Tarride, hanno incarnato gli opposti della vita, increcciandosi infine inestricabilmente fra loro, in una visione quasi infernale di enegia volta alla liberazione degli esseri umani, che appariva però solo come un’utopia.

     Ultimo spettacolo della stagione della Filarmonica era quello della compagnia ‘Balletto del Sud’, diretta fin dal 1995 dal coreografo leccese Fredy Franzutti, che la ha condotta in tournée in tutta Europa. Il titolo del balletto rappresentato, “Le Quattro Stagioni”, è quello dei quattro bellissimi concerti molto onomatopeici di Antonio Vivaldi, composti su altrettanti sonetti scritti dallo stesso Vivaldi sulle quattro stagioni dell’anno, che di fatto costituiscono la base musicale del balletto. Ma Franzutti ha voluto farne l’espressione piuttosto della stagioni della vita di ogni uomo, ed ha scelto per ciò interventi musicali di brani di John Cage, e le liriche a carattere esistenziale dell’inglese Wystan Hugh Auden, lette da Andrea Sirianni seduto a tavolino in scena, lungo tutta la performance dei 14 eccellenti ballerini classici e contemporanei della compagnia. Tutto era festosamente animato dalle scene della pittrice romana Isabella Ducrot, che hanno contribuito a far prevalere la visione positiva del coreografo, che dopo il quadro finale dell’inverno-morte, concludeva il balletto con una danza di giovani biancovestiti, simbolo della rinascita. Molti riferimenti coreografici rimanevano criptici, come spesso nella produzione coreutica contemporanea, ad esempio le bandiere americane e i marinai del quadro sulla primavera (forse di un’America vista come giovinezza dell’umanità), i quali però nella loro qualità efebica introducevano l’insistente tema del nudo (o quasi) virile. Nei notevoli assoli – in questo balletto quasi al maschile – i danzatori, pregni di un erotismo inconfondibile, erano portatori di una tematica non propriamente riconducibile al soggetto del balletto.

    Nell’ambito del “fff Fast Forward Festival” promosso dal Teatro dell’Opera (Giorgio Battistelli) con altri istituti culturali nei teatri della capitale, figurava anche “Empty Moves” (che già aveva debuttato altrove) del coreografo franco-albanese Angelin Preljocaj. La pièce era ripresa dal concerto d’avanguardia della creazione sonora di John Cage “Empty Words” al teatro Lirico di Milano il 2 dicembre 1977, costituita da parole e fonemi cui, nella registrazione qui utilizzata, si univano gli schiamazzi di contestazione del pubblico. Il brano di Preljocaj sottoponeva gli spettatori ad un susseguirsi di giocose costruzioni geometrizzanti dei corpi dei danzatori, vestiti di colori sgargianti, in linea col non senso della creazione di Cage. Ma gli schiamazzi del pubblico, sovrapposti ai fonemi ininterrotti e pacati di Cage, si moltiplicavano e ingigantivano, giungendo coi movimenti dei ballerini ad una divertente follia collettiva, che declinava comunque verso una ripresa del tutto, senza limiti di tempo né speranza alcuna di conclusione, perfettamente mantenendo il ‘non senso’ originale: cui ha posto fine – a Dio piacendo – un applauso spontaneo liberatorio, comunque dopo un divertentissimo ed originale spettacolo.

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