Balletti supremi all’Opera, tra Tokyo e Astana

TOKIO%20BALLET%20%20a%20CARACA,LLA%20197-09Le%20Sacre%20du%20printemps_HP7_9786_photo_Kiyonori%20Hasegawadi Paola Pariset

Tokyo Ballet al Teatro dell’Opera

II balletto, alle Terme di Caracalla 2019, è iniziato col Tokyo Ballet. La storia dell’ensemble è lunga e gloriosa e risale al rapporto col grande coreografo francese Maurice Béjart (ma anche con Neuneier e Kyliàn), che per esso creò ben 21 opere, tanto che il Tokyo Ballet divenne “sister company” del Béjart Ballet Lausanne. Ma la compagnia nata nel 1964 si è cimentata – e ferrata – da subito nel repertorio classico – oggi infatti sotto la direzione artistica di Yukari Saito, essa ha presentato per primo “Il Regno delle Ombre”, brano bianco bellissimo de “La Bayadère” musicata da Minkus con coreografia di Petipa, ripresa da Natalia Makarova. Ma a ridosso, il programma proponeva “Tan tam et percussion” su musica di Jean-Pierre Drouet / Pierre Cheriza, e coreografia del russo-polacco Felix Blaska dal multiforme ingegno coreografico: il pezzo era più rispondente alla geometrica gestualità dei danzatori, basato com’era sul ritmo spietato dei tamburi nipponici. Allo spirito di disciplina della compagnia, quasi teutonico, Béjart dedicò una versione de “Le sacre du printemps”, che ha concluso lo spettacolo odierno: vi trionfava – non c’è dubbio – la rigida e astratta perfezione formale soprattutto delle masse danzanti, resa marchio della compagnia, la quale accompagnava la vicenda dei due eccellenti protagonisti, sino alla drammatica e arcaica conclusione dell’opera.

 “Spartacus” del Balletto di Astana

“Spartacus”, il balletto di Yuri Grigorovich nato in Unione Sovietica nel 1968, a Roma comparve al Teatro dell’Opera nell’anno giubilare 2000, in una tournée del Boshioj. Oggi è stato il Balletto di Astana (Kazakistan) a ripresentarlo nel Teatro lirico della capitale, dove è giunto il 1 e 2 luglio con Orchestra, Coro, Corpo di Ballo diretto da Altynaj Assylmuratova, costumi, scene. E’ stato uno shok per il pubblico, avvezzo a Roma e non solo a spettacoli di danza contemporanea, quasi sempre mediocri e vuoti di contenuto, ma non di presunzione. La grandiosità della concezione coreografica e il rispetto del tessuto narrativo (la rivolta degli schiavi a Roma nel 71-70 a.C. capeggiata da Spartacus, e domata – dopo molte vittorie – da Crasso, in modo terribilmente cruento), si sono rivelati una sorpresa per gli spettatori (e persino per dei critici), abituati all’ingrato cerebralismo dei coreografi di oggi: né la trionfalistica ma potente musica di Aram Khachaturian, né il culto sovietico dell’eroe libetario e l’evidente retorica del militarismo, hanno frenato l’entusiasmo per questo pur evidentemente datato balletto. Grande la forza espressiva delle masse coreografiche, che portavano avanti l’azione – l’orgia nella villa romana di Crasso, il tradimento dei compagni del condottiero, l’uccisione corale di lui. Toccante, anche per la stupenda melodia di Khachaturian, l’ultima notte d’amore dei due protagonisti Spartacus (Bakhtiyar Adamzhan) e Ferigia (Aigerim Beketayeva),   sotto un’altissima tenda la cui luce fendeva il buio, come nel celebre affresco di Piero della Francesca. A ciò si univa la grande bravura tecnico-artistica della coppia principale (brava anche quella di Crasso (Arman Urazov) ed Egina (Assel Shaikenova), le quali portavano infine a conclusione l’opera, con la morte dell’eroe che aveva lottato per la libertà, in modo grandioso, come nell’antico teatro greco. Enorme il successo, e grande il nostro ‘mea culpa’, per aver troppo a lungo guardato con sufficienza a capolavori della storia della danza, che recavano palese il segno dell’ideologia da cui erano scaturiti.

Precedente Franco Zeffirelli, per sempre Maestro Successivo La recensione: Roberto Bolle ancora a Caracalla