All’Opera una Cenerentola firmata Emma Dante

Cenerentola all'Opera regìa  Emma Dante 2016di Paola Pariset

Le regìe di Emma Dante, per la loro arditezza, e scabrosità, lasciano sovente perplessi. Ma “La Cenerentola” di Gioacchino Rossini, che ebbe la première al Teatro Valle di Roma nel 1817, è molto apprezzata dal medio e grande pubblico, il quale è accorso numeroso al Teatro dell’Opera, dove il melodramma resterà in scena fino al 19 febbraio. Rossini si servì del libretto di Jacopo Ferretti, in cui la fiaba della dolce Cenerentola di Charles Perrault, riportata ad un realistico Settecento di nobili decaduti, trasforma Cenerentola in Angelina, figliastra di Don Magnifico, barone spiantato con due figlie (Clorinda e Tisbe) brutte e perfide. Il principe Don Ramiro scambia il suo ruolo con lo scudiero Dandini, per osservare non riconosciuto le fanciulle tra cui scegliere la sua sposa. Alidoro, precettore di Don Ramiro, prende il posto della tradizionale fata della favola di Perrault, ed aiuterà Cenetentola-Angelina sino al lieto fine. L’allestimento e la regìa sono la novità dell’opera: se le scene di Carmine Maringola sono accattivanti, ed i costumi d’epoca di Vanessa Sannino (senza alcuna pretesa di aggiornamenti all’oggi, per fortuna), con la loro bizarrìa aiutano ad immergersi nell’atmosfera settecentesca e nella verve rossiniana, le scelte registiche puntano al simbolismo, e certo rendono complicata la lettura dell’opera. Le bambole meccaniche con la carica sulla schiena, attornianti senza tregua la protagonista, hanno il corrispettivo nei petulanti ‘bamboli’ in tuta verde, attorno al Principe e a Dandini, caricatura della sottomissione della corte, di tutte le corti. Le fanciulle al ballo, già in abito da sposa tutte quante, si uccidono con un’arma celata sotto il vestito, perché non scelte per le principesche nozze (altro elemento caro alla Dante, lo stereotipo mediterraneo della donna per forza moglie e madre): insomma queste scelte registiche, col loro concettualismo, sarebbero stati elementi prevaricanti e disturbanti nell’opera: ma… quello che Emma Dante con ha mai trascurato è stato il meraviglioso senso del comico e del brio rossiniano, la leggerezza della favola a lieto fine pur nelle drammatiche tematiche sociali, aleggiante nei teneri colori pastello dell’intero allestimento. E così ella si è rivelata artista vera, nonostante il timore conclamato delle enormi masse che per un’opera occorre smuovere, strumentisti, coristi, cantanti, ballerini, scenografi, figuranti. Ed il tutto si è amalgamato in nome della musica di Rossini, in uno spettacolo bellissimo che il pubblico ha molto gradito. Compresi il tenore belcantista Juan Francisco Gatel, Principe pur con voce esile, il Dandini di Vito Priante nella sua greve comicità, quella al naturale del buffo Don Magnifico di Alessandro Corbelli, il belcantismo talora senza leggerezza di Cenerentola-Serena Malfi, l’austerità del basso Alidoro di Marko Mimica, la valida direzione d’orchestra dell’argentino Alejo Pérez, che nel celeberrimo sestetto del II atto tuttavia non ha trovato la necessaria ariosità.

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