All’Opera è di nuovo “Bohème”

Opera Bohème 18 scena Café Momusdi Paola Pariset

Nuova ed ennesima “Bohème” di Giacomo Puccini al Teatro dell’Opera di Roma, il melodramma che – creato da Illica e Giacosa amicissimi di Puccini, dal romanzo del francese Murger – fu rappresentato nel 1896 al Regio di Torino con la direzione di Toscanini, e che consegnò al successo, in Italia e nel mondo, l’ormai quarantenne compositore lucchese. Gli italiani non si stancheranno mai dclla “Bohème, come di “Tosca”, o della “Traviata” di Verdi: mettendole in cartellone, i teatri lirici non andranno mai in bianco, nemmeno con allestimenti discutibili. Ed è infatti il caso odierno: in coproduzione col Teatro Regio di Torino, la nuova “Bohème” si avvale della direzione d’orchestra – talora pesante e gridata – dell’ungherese Henrik Nánási (in alternanza con Pietro Rizzo), dell’ottimo Maestro del Coro Roberto Gabbiani, delle scene di Alfons Flores, degli infelici costumi di Lluc Castells, delle luci di Urs Schönebaum e della regia di Àlex Ollé, lieder del noto e spregiudicato gruppo catalano La Fura dels Baus. Pare che alla ‘prima’ il 13 giugno, pochi siano stati gli applausi, ma molti e furenti i buati, nonostante le delucidazioni date dal regista alla stampa, invocanti il diritto di trasporto della delicata e mirabilmente poetica opera di Puccini in un oggi sconquassato, vissuto in periferie oscure, sovraffollate e squallide. Questa è sì una nostra verità, ma non lo era nell’opera di Puccini, ambientata in una Parigi sì popolosa come in un quadro impressionista di Monet, ma benestante e gaudente, a lato poi di squattrinati artisti, pittori, musicisti, poeti come Rodolfo (tenore Giorgio Berrugi): ben lontani però dal cinismo e dalla brutalità spesso omicida dell’ultima nostra generazione, indifferente all’altro e alla sua sofferenza. Ma per fortuna, l’enorme e oppressivo fondale scenico di grattacieli senza cielo e senz’aria, non proseguiva nel suo riferimento ad una subumanità torva e senza scopi. Dai suoi soffocanti piani senza uscita alla Escher, esso sconfinanava poi in piazze aperte, popolate di gente abbandonata al divertimento innocente alla Zeffirelli (che maestro!), nell’atto del Café Momus, fra majorettes e bandisti, mamme, bambini e i palloncini di Parpignol, ancorchè tutti in jeans e maglietta. Bizzarri solo i costumi delle cocottes e di Musetta. Ma da qui in poi, attorno alla tragedia di Mimì (il sensibile, dolce e compreso soprano Anita Hartig) si accendeva la dolorosa solidarietà degli amici di Rodolfo (Massimo Cavalletti – Marcello, Simone Del Savio – Schaunard, Antonio Di Matteo – Colline), del tutto insolita fra i violenti drogati del 2000. E tra lo slancio di Musetta e il rattenuto pianto di Colline in “Vecchia Zimarra”, svaniva nell’inutilità il senso noir, assegnato dal regista Ollé al fondale scenico da degradata metropoli contemporanea. Trionfavano, intramontabili, musica e poesia di Puccini, affidate alla realtà di un episodio della ‘bohème’ parigina, alla fine Ottocento, che ci si augura venga rispettato una volta per tutte. La ‘prima’ del 13 giugno è stata dedicata alla memoria del celebre direrttore d’orchestra Tullio Serafin, nel 50° della sua morte.

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