“Alice” made in Momix

Momix 19 il ragnodi Paola Pariset

Sono talmente affezionati alla Filarmonica Romana, i celeberrimi Momix, che per la prima mondiale dell’ultima loro produzione, “Alice”, hanno scelto il Teatro Olimpico di Roma, palcoscenico della cinquecentesca Accademia, di cui il direttore e grande ideatore dell’attività artistica dei Momix, l’americano Moses Pendleton, è socio dal 2012. L’Italia ha già consegnato al geniale Moses il Premio Positano per la coreografia nel 1999, e varie città italiane accolgono regolarmente la sua straordinaria compagnia, fra cui il Comunale di Vicenza, che ha da poco ospitato le anteprime di “Alice”. Lo spettacolo ha portato al culmine la tecnologia del disegno luci (di Michael Korsch) e di video design (Woodrow F.Dick III), in cui meravigliose foreste e scenari naturali comparivano e si dissolvevano, dietro i personaggi ottocenteschi della fiaba di Lewis Carroll – coronata nel Novecento da immenso successo mondiale in arte, cinematografia, danza (una mostra è aperta nel foyer sul coreografo-mago Lindsay Kemp e la sua “Alice”). Quella di Pendleton si allungava e si accorciava, nella normalità delle proporzioni si duplicava e triplicava, ora col Bianconiglio, ora con lo Stregatto o con la terribile Regina, ora rotolando e subito ritraendosi fra le mutevoli creature zoomorfe, fitomorfe, antropomorfe, tipiche delle creazioni di Pendleton, nate da un uomo vissuto dall’infanzia nella natura vergine: ce ne ha lasciata una insuperabile rappresentazione nel capolavoro “Opus Cactus” (2001). Moses in “Alice” ha realizzato artisticamente se stesso, senza voler seguire il romanzo fantastico di Carroll, nemmeno nei rari momenti di buio e terrore, come quando sotto una irreale e spettrale boscaglia, la bambina tremava fra le zampe lanose e biancastre di un enorme ragno (realizzato da Michael Curry), metafora del male che ci aggredisce. Moses materilizza i sogni di Alice con le sue capacità morfopoietiche, una tecnologia superba e l’aiuto di un personale e indovinato collage musicale: ma non sfiora i contenuti, la simbologìa e i fini pedagogici del racconto di Carroll, tanto da creare quadri estranei al racconto, come la spiaggia assolata e generosa di enormi ombrelloni, su bagnanti immersi nella calura. Ma il pubblico cercava lui, Moses e non Carroll, il suo mondo fantastico e mai come ora sereno e luminoso: lo ha ritrovato, ne è stato appagato, lo ha applaudito, e ne ha ringraziato anche la moglie co-direttrice Cynthia Quinn e i favolosi ballerini acrobati.

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